E donna Mita, travolta dallo sdegno contro il massaio che insidiava la futura dote della figliuola, si lasciava scappare di bocca:
— Le civette, prima o poi, se lo beccano sempre un tocco di marito.
Rosa era bruttina, aveva già trentadue anni; donna Mita, in cor suo, la compativa. Ma quell'altra sciocchina di Quarinta, chè non voleva dar retta al figlio del notaio Carcò? Povero ragazzo, stava per ore e ore alla finestra di cucina, suonando il flauto; e lei, non c'era caso che si affacciasse o che gli dèsse un'occhiata se si trovava al balcone; come se quell'Oh Dio, morir sì giovane! che il flauto piangeva dieci volte il giorno non fosse stato diretto a lei! Quello là, almeno, era figlio di notaio. E la grulla non voleva saperne! Chi mai si figurava che dovesse sposarla? Un barone? Un principe?... Vittorio Emanuele?
E per tenere in fresco quel povero giovane, che doveva essere proprio cotto di Quarinta se non si era scoraggiato dopo tanto tempo, donna Mita correva lei al balcone appena sentiva le prime note dell'eterno Oh Dio, morir sì giovane! e sorrideva al ragazzo e gli diceva:
— Suoni come un serafino, figliuolo mio! Quarinta, certe volte, ha le lagrime agli occhi!
Il ragazzo arrossiva, ringraziava e tornava a soffiare nel flauto, allungando le labbra, gonfiando le gote, col capo chinato da una parte, contento di sapere che la figlia di donna Mita si commovesse tanto al suono del flauto di lui, a quel pezzo della Traviata. E non cambiava pezzo mai.
Era un sacrificio per donna Mita far quasi all'amore per conto della figliuola; ma il destino voleva così, e bisognava adattarsi alle circostanze.
Ella si adattava a fare ben altro, quando venivano al pettine certi nodi per tirare innanzi le liti.
Una volta le posate d'argento, un'altra gli orecchini e gli anelli, poi gl'istrumenti da agrimensore del marito, poi la lana delle materassa, sostituita con crine vegetale o con paglia; tutto era andato via di casa, in mano degli usurai.
Chi sa se la bella argenteria vecchia ella l'avrebbe riveduta mai più?