— Ti raccomando il pecoro!
Non aveva aggiunto altro, quando era ricomparso nel portone della caserma infagottato nei pantaloni militari e nel cappotto, col cinturino di cuoio, con la daga al fianco e il chepì troppo largo che gli scendeva su gli occhi.
La vita di soldato, nel battaglione detto dei Corsi, non gli era parsa cattiva. Per lui abituato ai lavori campestri, quelle poche ore d'esercizi riuscivano un divertimento, non una fatica; e il rancio aveva miglior gusto delle fave e dell'erbe selvatiche, lessate e condite con un po' di sale e d'olio, ch'egli mangiava a casa sua. Non bazzicando per le taverne, come quasi tutti i compagni, non fumando, non correndo dietro a le donnacce, e facendo il suo dovere di sentinella quando gli toccava, la paga settimanale egli poteva metterla intera da parte.
Durante le lunghe ore d'ozio, si sdraiava al sole nel cortile della caserma e fantasticava della moglie, poverina, a cui i pochi tarì, ch'egli le mandava di tanto in tanto, dovevano arrivare come un refrigerio alle anime sante del purgatorio; e fantasticava del pecoro, che doveva correre di qua e di là per la campagna, chiamandolo invano coi belati, povero pecoro!
E ogni volta che ricorreva dal caporale perchè gli scrivesse una lettera per la moglie, il caporale lo canzonava:
— Debbo mettere: Ti raccomando il pecoro?
— Eccellenza, sì.
Gli dava dell'eccellenza, com'egli usava con le persone da più di lui, quantunque il capitano lo avesse sgridato:
— Stupido, l'eccellenza è abolito! Si dice: Sì, caporale.
Sarebbe stato felice senza quella forca d'Ingo, il leprino, suo compaesano, che gli stava sempre attorno: