—Si rinunzia a qualcosa che si potrebbe avere.

—Hai torto. E sappi che son venuto appunto per scuoterti, per spronarti; ti voglio con me nell'impresa che sto per tentare. La gratitudine è il mio forte. Le vostre critiche di allora, quando tu, Lenzi e Bissi ridevate tanto di me, mi hanno fatto gran bene. Anche Bissi sarà con noi. Un capolavoro il suo romanzo. È disgrazia talvolta cominciare così…. Ma quel giovane ha tanto ingegno!… Lenzi è perduto per la letteratura; sta per diventare il primo avvocato di Roma; guadagna quattrini a palate…. Hai dunque indovinato quel che sto per fare?

—No.

—Metto su una grande «Rassegna», da buttar giù la «Nuova Antologia» e le altre rassegne minori. Ho centomila lire a mia disposizione…. per cominciare. Ah! Milano è la città delle grandi imprese! Là tutto è possibile; anche l'impossibile. «Nemesis!» Eh? Titolo indovinato. Giacchè io voglio fare una rassegna viva, battagliera. Ogni suo fascicolo dovrà sembrare lo scoppio di una bomba di dinamite da mandar per aria tutte le fame usurpate, tutte le pedanterie, tutto il misero ingombro dei grafomani prosatori, e poeti…. tutti i falsi genii della musica, della pittura, della scultura….

—Purchè le bombe—gli dissi ridendo—non mandino alla fine per aria chi si diverte a lanciarle!

—«Audaces», etc. Ricordo ancora un po' di latino.

Lo guardavo con grande ammirazione, ma senza invidia. Fin questo sentimento era morto in me. Mentre Lostini parlava, mi sembrava che ragionasse di cose alle quali mi ero interessato un po' in tempi così lontani da ricordarle appena. Da un pezzo ogni velleità letteraria era sparita dalla mia mente; mi ero già rassegnato ad assistere da semplice spettatore a quel che facevano gli altri, convinto che la natura si era crudelmente divertita a mettere in me la misera contradizione tra le aspirazioni, tra la facoltà della riflessione e quella immaginativa. È vero che avevo là, davanti a me, un esempio di quel che potevano far ottenere la volontà e l'accanimento al lavoro anche a un ingegno che dai suoi primi tentativi sembrava destinato alla più meschina mediocrità, e invece era arrivato a produrre qualcosa superiore a ogni nostra previsione…. Ma Lostini già si contentava di essere arrivato a un punto più in là della mediocrità; io non me ne sarei contentato mai. Probabilmente egli avrebbe oltrepassato quel punto; era giovane ancora. L'improntitudine gli sarebbe forse giovata ad innalzarlo più che egli non osasse di sperare. A me questa qualità faceva difetto. Per ciò lo ammiravo senza punto invidiarlo.

E quando mi disse:—Tu dovrai essere mio assiduo collaboratore; il critico letterario di «Nemesis», uno dei grandi dinamitardi della mia rassegna,—scoppiai in una risata che lo confuse.

Si rinfrancò subito.

—Oh, io non ti lascio prima di aver avuta la tua formale promessa…. So quel che vali, so quel che puoi. Non ho dimenticato la finezza delle tue osservazioni quando facevamo qui la piccola accademia…. Voglio rivelare all'Italia un gran critico nato.