—È orrendo che la Natura o l'accidente vietino a una donna di esser madre!

—Perchè? È consolante anzi che agli uomini la Natura abbia concesso una cosa da lei interdetta agli animali: il piacere.

—Ah!—risposi col mio hegelismo.—L'istinto è in noi già divenuto ragione; essa deve farne le veci.

—Lasci andare—continuò—cotesti sofismi da metafisici, che la scienza positiva non può ammettere. Il piacere è una gran bella realtà, e il genere umano non sarà mai disposto a rinunziarvi. Gli antichi sapienti ne hanno fatto una Dea; alcune religioni hanno popolato i templi dei loro idoli di sacerdotesse dell'amore. La vita è così piena di tristezze di ogni sorta, che sarebbe follia, delitto il privarla di una gioia che dà il pieno oblìo, non importa se per rapidi istanti. Non assumiamoci il superbo còmpito di correggere la Natura; siamo piuttosto grati ad essa di non aver creata la donna unicamente per la generazione. E per un falso concetto metafisico, lei, a cui la sorte ha dato in dono una delle più belle, fresche e sontuose coppe di amore, vorrebbe astenersi di accostarvi le labbra?

—Le profanazioni mi ripugnano,—risposi con accento severo.

—Lei è vittima del cristianesimo e della metafisica, o, per dire più esattamente, delle loro esagerazioni, che hanno mortificato per tanti secoli l'intelligenza umana e continueranno a mortificarla, fino a che la scienza positiva non avrà fatto rifiorire la schietta coscienza della vita. Vede? Oggi la Natura si vendica. Noi le impediamo il libero svolgimento, ed essa, per ripicco, torna a rimbestialire l'uomo. Il piacere non deve essere vizio, non deve essere eccesso, ma igiene dell'organismo sano. Religione e metafisica non pensano a questo; vi porrà rimedio la scienza, tardi, nell'avvenire, quando potrà. E non è fantasticamente superbo, è anticipazione della realtà ciò che le dico. Un uomo come lei avrebbe dovuto fare queste riflessioni prima che un povero chirurgo mio pari sentisse il bisogno di suggerirgliele per suo conforto e per consolazione della sua buona signora. Stia tranquillo; non oprerà niente di male, d'indegno, di brutto seguendo i consigli che le darò; le parla la Scienza per bocca mia.

—Grazie!—lo interruppi, rizzandomi dalla seggiola e prendendo commiato.—Su questo punto non potremo intenderci mai!

Quella pretesa scienza positiva mi faceva schifo. Immensamente più accettabile mi sembrava il generoso sacrifizio propostomi da Fausta:—Prendi la mia vita! Ti voglio tanto bene!

—E chi sa che non sia il grido sincero, inconsapevole dell'istinto,—pensavo,—che vede ben più in là delle fallaci previsioni della scienza!

Neppur oggi, dopo tanti anni, so dire se sia stata questa lusinga o l'irrompente rigoglio della virilità che mi travolsero e mi spinsero mio malgrado. So certamente che vi contribuì sopratutto la invincibile repugnanza di ridurre mia moglie a coppa di piacere, come si era espresso il dottore. Mi sarebbe parso di diventare, tutt'a un tratto, peggio delle bestie accettando i suoi consigli. Egli aveva parlato da uomo pratico, secondo la sua convinzione, ripetendo a me le stesse cose ridette a tanti altri con la medesima indifferenza con cui prescriveva una cura profilattica, o un'operazione di chirurgia a coloro che andavano a consultarlo.