Alla sua indifferenza scientifica si mescolava, quel giorno, un senso di gaiezza da satiro, che traspariva dallo scintillìo degli occhi, piccoli e arguti, e dal sorriso delle labbra grosse, sensuali, su cui egli passava spesso la punta della lingua, quasi volesse assaporar meglio la voluttà delle parole lentamente pronunziate. E questo avea concorso a rendermi più odiosi i suoi consigli.

Fausta mi attendeva con mia madre in un angolo del giardinetto che circondava la nostra casa. Il sole di quel pomeriggio di autunno inondava di splendore quasi roseo la bianca vestaglia di lana, guarnita di mostre azzurre, che ella indossava. Il bruno della carnagione risultava attenuato dai riflessi della stoffa e della parete della casa investita dal sole.

Arrivato davanti al cancello mi ero fermato alcuni istanti a guardare. Un mucchio di rose gialle, rosse avvampanti, candidissime, era deposto sul tavolinetto di ferro accanto a cui sedeva mia madre, mentre Fausta, in piedi, intenta a comporre diversi mucchietti, assortiva con cura i colori, le forme, la grandezza. Al lieve stridìo del cancello, ella si volse e con impeto di gioia mi lanciò addosso molte delle rose già scelte.

—Non le meriti,—disse ridendo.—Come sei maldestro!

Avevo tentato di afferrarne al volo qualcuna e non ero riuscito. Mi chinai a raccoglierle tutte, e gliele riportai sul tavolino.

—Perchè mi guardi così?—domandò Fausta.

Infatti la guardavo con una specie di stupore e di ineffabile compiacenza, quasi la rivedessi dopo lungo intervallo e la trovassi trasformata. Mai la sua delicata bellezza mi era apparsa tanto attraente dopo il tristissimo avvenimento che aveva portato la desolazione nella nostra casa. In quel momento mi sentivo liberato da ogni rimpianto, da ogni seduzione di alti ideali; mi sentivo uomo e innamorato, senza nessuna ombra di sospetto che tutto ciò potesse nascondere un'atroce insidia della sorte.

—Perchè mi guardi così?—replicò Fausta.

—Osservavo certi effetti di luce,—risposi imbarazzato.

—Ah!—ella fece, un po' delusa.