Tutto questo era durato pochi istanti. La mia abitudine di riflettere prendeva subito il sopravvento; e osservando Fausta, che, terminato il lavoro di scegliere e di assortire le rose, si era allontanata silenziosamente, protestavo, nell'intimo, contro l'enormità del sacrifizio della sua vita, che io, nell'indignazione contro i consigli del dottore, mi ero sentito quasi disposto ad accettare.
A che scopo avrei immolato quella giovinezza, giacchè (non potevo più dubitarne) l'immolazione era sicura? La vita di una donna, sì, aveva per fine supremo la maternità; ma a quante le condizioni fisiche, le circostanze sociali non impedivano di raggiungerlo?
Agli altri era stato facile sciogliere questo problema della vita coniugale; a me ispiravano orrore tutte e due le soluzioni che mi si presentavano davanti come possibili. Non si muta compiutamente il complesso di sentimenti e di idee che ha formato il nostro carattere, la nostra personalità; allora credevo così. Mi ero rassegnato al mio destino; pensavo soltanto, come a lontanissimo passato, alla orgogliosa illusione sostituita all'altra mancata illusione di riuscire un grande artista. Mi sarei contentato ormai di vivere da umile borghese, tra mia madre, mia moglie e i miei figli…. Ed ecco la crudeltà del caso che sopraggiungeva a interdirmi anche questa ultima, umilissima soddisfazione!
Ero rimasto seduto accanto al tavolino di ferro ingombro di fiori dal lato opposto a quello di mia madre che aveva ripreso a leggere un fascicolo di non ricordo più quale rivista illustrata. Vedevo Fausta laggiù, presso il muro di cinta coperto di piante rampichine; e il bianco della sua vestaglia risaltava sul verde dei fitti rami, come qualcosa di vaporoso che si moveva lentamente. Le sue braccia si alzavano a staccare una foglia inaridita, ad aggiustare un ciuffo di fronde troppo denso, e mi pareva compissero una strana opera d'invocazione e di preghiera nei momenti che indugiavano in alto. La seguivo, intento, conturbato dal suo silenzioso allontanamento. Le mie parole accennanti alle nuvole avevan dovuto ferirla, e si era mossa lentamente lungo il breve viale, avea girato attorno a una aiuola, ed ora seguiva la linea retta del muro di cinta, fermandosi, tornando indietro di qualche passo, riprendendo a procedere con l'atteggiamento rigido di una sonnambula.
E di nuovo, mi sentivo invadere da quello stupore, da quella ineffabile compiacenza che avevo provato trovando Fausta nel giardinetto con quel mucchio di rose davanti. Scattai da sedere e mi avviai verso di lei, quasi accorressi a un suo appello. Al rumore dei miei passi su l'arena del viale, ella si voltò con un incerto sorriso su le labbra, e una timida interrogazione nello sguardo.
—Che cosa vuoi dirmi?—domandò Fausta.
—Voglio dirti,—risposi, e mi tremava la voce,—che sarebbe una grande infamia della Natura se le tristi previsioni del dottore dovessero avverarsi!
—Ah!—esclamò subito.—Credevo che non mi amassi più!
E mi si buttò tra le braccia.
Sussultava di gioia, mormorando il mio nome, sollevando fieramente la fronte in atto di sfida al destino; e in quell'istante mi sentii forte anch'io contro di esso, e quasi mi parve di aver vinto!