Il doppio gran sacrificio, della madre e della creatura, era compiuto!
E non potevo piangere! Non potevo urlare! Non riuscivo a sfogarmi in nessuna maniera!
Ero impietrito dall'orrore di aver contribuito, per debolezza, a quel delitto; e il rimorso, che mi ha avvelenato tutta l'esistenza, mi fa rabbrividire anche oggi, come d'infamia recente.
Avrei dovuto resistere a ogni lusinga, a ogni illusione io che mi reputavo il più forte, il più savio, e non prestar mano a un suicidio qual è stato il sacrifizio di Fausta:—Prenditi la mia vita!—Giacchè (ora lo comprendo) ella ha voluto morire pel dolore, per la disperazione di non poter essere più la donna capace di darmi la gioia per cui l'avevo sposata; ed è andata incontro alla morte sorridendo, fingendo di esser convinta che le tristi previsioni sarebbero state smentite, felice di aver travolto me in un inganno senza il quale non avrebbe potuto attuare il suo reciso proposito di sparire…. Forse, povera creatura, ha avuto dei momenti di illusione, di speranza anche lei; o si è risoluta a scegliere quel mezzo, non sentendosi il coraggio di uccidersi diversamente; lottando col sentimento religioso che le faceva apparire il suicidio come il più imperdonabile dei peccati, transigendo con la sua coscienza e acchetandone la voce col ripetersi nelle esitanze:—Chi sa? Chi sa?
La maggior colpa però è mia; e consiste nel superbo intento di voler mettere la ragione nelle piccole irragionevolezze della Natura; consiste nell'invincibile repugnanza di profanare la donna riducendola soltanto vile strumento di piacere. Ma questo dignitoso sentimento è ora l'unica forza che mi permette di ricordare Fausta con continuo atto di adorazione. Io non ho inflitto alla sua bellezza, alla sua giovinezza, alla sua purezza, quel che giudico anche oggi la suprema mortificazione, il supremo oltraggio che si possa fare mai infliggere a una moglie. E per questo benedico all'inganno di lei. Ella è rimasta santa, immacolata; ella mi ha permesso, a costo della sua vita, di aver l'orgoglio di sentire che la unità della mia intelligenza e dei miei atti non è stata violata un solo istante.
Mia madre era inconsolabile:
—Perchè non ho avuto fiducia nelle parole del dottore? Ho contribuito stoltamente io pure a spingerla, cara figlia, verso la morte!
E vedendomi quasi ebete pel dolore, spaventata da quella falsa calma che mi inaridiva gli occhi, che non mi consentiva neppure il lieve conforto dei singhiozzi, mi passava le mani sulla testa e sul viso, accarezzandomi come un bambino, e ripetendomi, quasi per incoraggiarmi, per determinarmi:
—Piangi, Dario! Piangi!
E il pianto venne, straziante, abbondante, con singhiozzi che pareva volessero soffocarmi. Ma quando fu il momento di comporla nella cassa che doveva custodirla per l'eternità, tornai improvvisamente tranquillo, quasi inconsapevole di quel che operavo. Mia madre l'aveva fatta rivestire col bianco abito nuziale. Il viso di Fausta aveva assunto un'espressione di placido sonno. Cereo, un po' più affilato dell'ordinario, conservava, ciò non ostante, tutta la delicatezza dei lineamenti, con qualcosa di severo che ella soleva prendere in rare occasioni quando il suo cuore si indignava per le ingiustizie della sorte e della prepotenza degli uomini.