Io la sollevai, insinuando le braccia sotto il corpo rigido e appesantito; la collocai con precauzione, quasi temessi di destarla da benefico sonno, dentro la cassa, aggiustando le pieghe della veste, sospingendo un po' il guanciale perchè la testa vi si adagiasse comodamente, e—lo ricordo bene—mi chinai a parlarle sommesso vicino alle labbra:

—Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

E non mi parve assurdo che io le dicessi così.

Mia, madre aveva fatto recare una cesta di rose, e cominciò a spargergliele addosso a piene mani…. Ne versai a piene mani anch'io, lasciando libero soltanto il viso…. E ripetei sommessamente:

—Dormi, cara! Sogna, cara! Sogna!

Soltanto al ritorno dal cimitero io ebbi coscienza del gran vuoto che la morte di Fausta aveva fatto nel mio cuore e nella mia casa. Mi sembrava quasi impossibile che la presenza di quell'esile corpo avesse potuto occupare tanto posto, e animare ogni cosa col suo sorriso, col suono della sua voce. Mi sembrava quasi impossibile che tutti gli oggetti del suo salottino, della nostra camera fossero rimasti dov'ella li aveva collocati con squisito senso di arte; che niente del mio dolore si rivelasse nelle linee delle loro forme, nello scintillìo dei loro colori. Il pianoforte era aperto come lo aveva lasciato lei il giorno fatale, e sul leggìo stava la «Cavalcata delle Walchirie», quasi le ultime pagine attendassero ancora le mani che dovevano riprendere ad eseguirla.

E tutto è rimasto così com'ella lo aveva lasciato; e tutto, ancora per qualche tempo dopo la mia morte, sarà religiosamente conservato così. Poi…. Anche nel mio cuore, nei miei ricordi non avverrà altrimenti. Fausta, diventerà una dolce visione lontana, verso la quale gli occhi del mio spirito si rivolgeranno, di tanto in tanto, in certi momenti di sfiducia, di tristezza. La vita ci sopraffà; scancella o appiana tracce che abbiamo creduto incancellabili, profonde; altri dolori, altre gioie si sovrappongono a quelli che ci sono stati più cari, e il gran mondo fluisce, fluisce, e finalmente porta via pure noi, versandoci nel cuore l'oblìo.

XXI.

Bissi era accorso, appena conosciuta la mia disgrazia. Era arrivato, il giorno dei funerali, anche Roberto fratello di Fausta; ma aveva dovuto ripartire quasi subito per Roma dove aveva lasciato sua madre malata e ancora ignara della perdita della figlia.

Bissi, mio ospite, non mi abbandonava un solo minuto. Tentava di distrarmi, e con gentile avvedutezza mi parlava anche di Fausta; avea capito, col suo cuore d'artista, che questo era l'unico modo di consolarmi un po'. Sapeva poi far deviare con arte la conversazione, se poteva chiamarsi tale quella in cui io dicevo qualche parola, qualche breve frase, e che si riduceva, il più delle volte, a un suo lungo soliloquio. Egli non si interrompeva neppure quando si accorgeva che la mia attenzione gli era già venuta meno. Allora sentivo attorno a me il suono della sua voce quasi errasse per lo studio, in alto, in basso, a destra, a sinistra, smanioso di penetrarmi nell'orecchio, senza riuscirvi; e i miei occhi guardavano intenti, o abbassavano le palpebre, in una specie di annullamento di ogni facoltà per quell'interruzione della luce di penombra che le imposte socchiuse raccoglievano specialmente nell'angolo dov'era la scrivania e dove noi sedevamo.