Mia madre, a intervalli, veniva a prender parte alla conversazione.
—E non si annoia in quel paesetto di confine?—domandava a Bissi.
—Lavoro; non sono mai solo. I fantasmi della mia immaginazione mi tengono compagnia giorno e notte. Sono le uniche persone con cui mi compiaccio di vivere. Godo, soffro con loro, rido con loro talvolta, quasi siano persone reali. La casetta che abito è situata in piena campagna, in mezzo agli olivi, e la mia camera ha due finestre che dànno in un orto. Per arrivarvi, dal mio ufficio, faccio una bella passeggiata zufolando, canterellando, cogliendo alcuni fili di erbe pel mio passerotto che, appena, mi scorge in fondo al viale, cinguetta, pigola, si arrampica alle stecche della gabbia per festeggiarmi. È la mia delizia. Intelligentissimo, addomesticato, ammaestrato anzi, mi serve di svago quando sono stanco di lavorare nei giorni di festa. Lo trovai una mattina, cascato dal nido e appena rivestito di piume. Ora, quando scrivo, lo lascio libero per la stanza; e vedendo che non mi occupo di lui, vola su la scrivania, viene a darmi fitti colpettini di becco alle dita, tenta di strapparmi la penna, quasi capisca che sia essa la sua rivale nel mio cuore. E—tu non lo crederai, Dario—pare che capisca talvolta, che sto per scrivere una sciocchezza, e mi ammonisca:—Bada! Rifletti!—E siccome mi distrae, mi fa riflettere davvero e mi fa accorgere. Insomma, è il mio collaboratore. Per un passerotto non c'è male.
—Avrà altre…. distrazioni….
—Oh, no, signora mia! Vivo da eremita…. Ed è curioso il vedere come tutti i ricordi, tutte le osservazioni del tempo che stavo qui mi rifioriscano nella memoria e riprendano vita nella mia opera d'arte con intensità che mi maraviglia. È un'evocazione inconsapevole. Figure che credevo dimenticate, che mi eran sembrate senza interesse quando le avevo sotto gli occhi mi si affollano davanti con qualche lor segreto da comunicarmi: una passione, una speranza, un'illusione, un dolore, una follia, un gesto disperato, una smorfia. Così la mia solitudine si popola, e non ho tempo di annoiarmi. Non sono stato mai tanto accompagnato come da che vivo lassù solo solo!
Povero Bissi, se avesse potuto immaginare che male mi facevano al cuore quelle sue parole pronunziate con intonazione indefinibile, tra seria e scherzosa! Povera mamma, se avesse sospettato che la esclamazione—Beato lei!—con cui gli aveva risposto forse pensando a me, mi era parsa un'irritante inutile commiserazione contro la quale sdegnosamente mi ribellavo!
Dal dolore rampollava a poco a poco il rancore, e al rancore teneva dietro l'odio di tutto e di tutti. Mi sentivo rinascere nella mente le aspirazioni giovanili e nello stesso tempo la convinzione della loro piena inanità. Il mio desiderio era volato alto, nello spazio infinito, come un'aquila incontro al sole, e quasi immediatamente lo avevo sentito piombar giù, colpito da un proiettile arrivato all'improvviso a stroncargli un'ala. E provavo di nuovo il dolore della ferita e la vertigine del precipizio!… Dopo la gran delusione dell'arte, l'altra, quasi più triste, della famiglia! Perchè mai la Natura, che si era compiaciuta di darmi un'intelligenza non comune, i mezzi per coltivarla, la forte volontà di raggiungere lo scopo intellettuale verso cui mi sentivo attratto e che reputavo l'unico pel quale avrei potuto credermi degno del nome di uomo; perchè mai, nello stesso tempo, mi aveva negato quella facoltà d'immaginazione creatrice prodigata a tanti altri, senza sostituirla con la profonda riflessione che crea essa pure, divinando, dall'immensa moltitudine dei piccoli fatti, le ampie intime leggi dell'Universo?
Perchè mai la Natura mi aveva concesso una intelligenza capace di formarsi la grandiosa illusione di una potenza dominatrice del Caso, e si era poi accanita a distruggerla, quasi l'orgogliosa idea che avrebbe voluto eliminarlo, almeno una volta, dell'atto supremo della generazione, fosse stato un tentativo di diminuire il suo dominio, di circoscrivere la sua libertà, di impedire il suo capriccio?
E nell'impeto dell'indignazione dimenticavo Fausta, mia madre, tutti i nobili sentimenti che mi avevano guidato e sostenuto fin allora; e mi lasciavo sopraffare dalla nausea di dover vivere una vita così vacua, così meschina, così immeritevole fin del sacrificio delle basse gioie e dei vili piaceri, principale occupazione della maggior parte degli uomini. A che cosa mi era valsa la rinunzia a quei piaceri, a quelle gioie, che aveva reso grave ed austera la mia giovinezza? E perchè mai dovevo continuare a persistere in tale rinunzia senza ragione e senza scopo, senza compensi di sorta alcuna?
Bissi poteva benissimo rassegnarsi alla solitudine della sua vita di provincia. Quel gran silenzio di cose e di uomini attorno a lui era incitamento alla produzione, allo svolgimento libero e geniale della sua bella facoltà di narratore che forse, in un centro diverso, avrebbe risentito influenze mortificatrici, tentazioni di ravvicinamenti che le avrebbero nociuto; ma io, io che cosa dovevo farmene di un'esistenza a cui era venuta meno ogni ragione di continuare?