—Come non ti senti formicolare le mani? Come non ti viene l'impeto di afferrare una penna?
—Non mi parlare di cose intellettuali,—gli dissi.—Voglio imbestialirmi.
—Se non cerchi altro! È la cosa più facile.
Mi guardava stupito.
—T'intendo però,—soggiunse,—e ti invidio. Io comincio ad essere stufo. Tu invece puoi gustare il piacere con la ingenua ingordigia del collegiale; non ti offenda il paragone. Corri forse il pericolo di prenderlo sul serio; non ne vale la pena. Il vizio è come la virtù; non bisogna abusarne, ma usarne discretamente; levarsi da tavola con un resto di appetito è prezioso dettato di igiene. Dico vizio per modo di dire, perchè i moralisti han ribattezzato così il piacere, forse per disgustarne gli altri e serbarselo tutto per loro. I moralisti, caro mio, sono capaci di ben altro. Quando ne incontro uno che predica le grandi attrattive della virtù, penso a quei negozianti che fanno la réclame ai fondi di bottega, per darli via al più presto. Io non sono precisamente un virtuoso, figurati! E perciò ti dico che fai bene a voler divertirti. Ma sono anche uomo di esperienza, e ti posso dare qualche prudente consiglio.
—Zitto; vo' andare incontro all'impreveduto!—lo interruppi.
—No, caro; anche il piacere deve essere un calcolo. Su questo soggetto ho tutta una teorica che potrebbe far la fortuna di un pensatore. Non ci tengo, e non ne ho preso la privativa. E prima di ogni cosa sappi che non ci sono piaceri di prima, di seconda, o di terza classe, come i vagoni della ferrovia. Ne hanno l'etichetta, ma è bugiarda, per canzonare i creduloni. Io ho trovato, per esperienza, che è meglio pei viaggi corti prendere un biglietto di terza; e il piacere è un viaggio corto, cortissimo; non mette conto di prendere per esso un biglietto di prima. Coloro che parlano di piaceri raffinati sono, come dicono qui, dei «bagoloni» che si vogliono dare aria di intenditori. Il piacere non è una raffinatezza, è anzi—se vuoi che ti dica la mia schietta opinione—una grossolanità. Tant'è vero che l'uomo ha sentito il bisogno di lardellarlo—non ti dispiaccia la parola, hegeliano mio—di lardellarlo d'ideale! Ed ha fatto malissimo: l'ha ridotto un'altra cosa, come quei cuochi sciagurati che a furia d'intingoli….
—Eh, via, Lostini!
—Tu m'interessi come un'esperienza scientifica; voglio studiarti; intravedo un bel soggetto di romanzo; un raro caso di osservazione diretta. Sarà la tua indiretta collaborazione a «Nemesis», se arriverò a scrivere quel che tu stai per fare. E lo intitolerò…. Come potrò intitolarlo?
—«Vanitas vanitatum!»—gli suggerii scherzando.