Ne fui atterrito. In quei primi mesi di intenso oblìo, poche volte il fantasma di Fausta mi si era affacciato alla mente. Mi era perdurata l'impressione di quel «me» malato che mi era parso di lasciarmi addietro partendo per Milano; mi era perdurata anche la impressione di sentirmi divenuto affatto un altro appena arrivatovi.
—Ed ora?—mi domandavo.
Mi accomiatai bruscamente, senza darle nessuna spiegazione del mio contegno. Quella mossa delle sue pupille e delle sue labbra era stata così identica alle mosse di pupille e di labbra che Fausta adoprava in certe circostanze, per dar maggiore evidenza al ragionamento, che io stetti parecchi giorni senza tornare da Savina.
Povera Fausta! Era sparita dal mio cuore. Il vedermela però ricomparire nella memoria mi produceva una vivissima sorda irritazione, quasi ella commettesse una soverchieria venendo ad intorbidarmi la vita nuova che volevo assoluta negazione della precedente.
Questa volta neppure il cinismo di Grigoni valse a serenarmi.
—Eh, via! Il rinascere dei ricordi è una forma delicatamente sottile di godimento, se possiamo gridar loro in faccia tutto il nostro disprezzo. È bello, è fiero poter dire al passato:—Tu mi avevi foggiato così, mio malgrado; ed io mi son foggiato volontariamente tutt'altro!—C'è poi una forma di godimento ancora più sottile, più raffinata: il rimorso artificiale, la ironia rimordente, come io la chiamo. Ma per arrivare a questa superiorità, bisogna disumanarsi molto, imbestialirsi molto; e tu sei alle prime prove.
No: io volevo soltanto dimenticare, non commettere nessun sacrilegio contro il passato. E mi sembrava una debolezza lo irritarmi contro quella sensazione, il fantasticare una stupida gelosia postuma da parte della morta. Non ero convinto che ormai tutti gli atomi del suo corpo erano dispersi per lo spazio, e forse già entrati in altre combinazioni di vita? Eppure eran bastate quelle mosse degli occhi e delle labbra di Savina per darmi la impressione che qualcosa fuori di me ora interveniva a turbarmi, a menomarmi lo stordimento, l'ebbrezza, il tentativo di crearmi il piacere supremo!
Quella sera avevo giocato sfrenatamente al club, e avevo sfrenatamente vinto. Mi ero quasi vergognato di così costante fortuna. Mi sembrava di barare contro tutti quei visi pallidi, sconvolti, quelle mani increspate che buttavano le puntate su le carte con gesti imprecanti, raddoppiandole colpo su colpo, sperando che la Fortuna avesse dovuto stancarsi e voltare indietro la sua ruota, secondo i calcoli loro.
E il giorno dopo scrivevo alla Savina:
«Sei libera. Tieni tutti i mobili dell'appartamentino per ricordo di me. Aggiungo seimila lire per le pigioni future, se vorrai restare costì. Ti auguro un nuovo amante migliore di me».