Grigoni aveva ragione; ma io cominciavo a sentire la stanchezza, la sazietà, la nausea di quella vita, che non manteneva nessuna delle sue promesse per le quali mi ero lusingato di rinnovarmi.
La Gilda mi resisteva diversamente dalla Savina. Si arrendeva, compiacente, ai miei capricci, ma rimaneva sempre padrona di sè, fredda, insensibile, libera da ogni soggezione, quasi fosse convinta che il possesso del suo perfettissimo corpo era già concessione superiore a tutto quel che io facevo per lei. E per lei spendevo pazzamente; la portavo attorno quasi in trionfo.
Ella gradiva poco questa ostentazione. Spesso non la trovavo in casa; mi toccava di attenderla lunghe ore; e rientrando, non si scusava, si levava tranquillamente il cappellino, si fermava davanti allo specchio per aggiustarsi i capelli. Io mi spazientivo, ma non volevo farglielo scorgere.
—Dove sei stata?
—Ho passeggiato un po'.
—Dovevi figurarti che ero qui ad attenderti.
—Saresti per caso geloso anche tu?
Sembrava che dicesse:—Saresti, per caso, imbecille anche tu?—E volevo mostrare che non mi importava niente di quel che lei faceva o avrebbe voluto fare; tanto, appena me ne fosse venuto il capriccio, avrei potuto prenderla per le spalle e metterla fuori l'uscio. Con lei non mi sembrava il caso di comportarmi con qualche delicatezza, come con la Savina.
Lo pensavo, per scusare la mia debolezza, ma capivo benissimo che non avrei avuto la forza di farlo. Già provavo uno spossamento fisico uguale per lo meno a quello morale. Un gran senso di tristezza mi invadeva ogni giorno più.
—Tu non sei un temperamento da buttarsi anima e corpo tra i piaceri,—mi diceva Grigoni con intonazione sarcastica.—Che cosa ti eri immaginato? Vorresti idealizzare il fango? Pena perduta! La vita ha qualche valore soltanto per chi è convinto che essa non ha nessun valore. È…. è….