—Hai tentato un'esperienza—disse Lostini.—L'eccesso non significa niente; tornerà l'equilibrio.
E da quel giorno mi sembrava di sentirmi liberare lentamente da nodi che mi avevano tenuto stretto e quasi imbavagliato. Riprendevo possesso della mia intelligenza, del mio cuore con commozione straordinaria. Una ventata di pazzia mi aveva certamente travolto, se ero potuto arrivare fino al punto di essere vicino a precipitare in un abisso di depravazione in cui sarei rimasto soffocato.
Ma assieme con questa immensa gioia di rivivere, quanta tristezza, quanto scoramento! Non potevo più illudermi intorno al mio avvenire; non mi balenava davanti agli occhi nessun elevato intento, nessun nobile scopo. Niente vedevo mutato nella mia sorte, nei miei sentimenti, nelle mie idee; c'era invece nella mia vita qualcosa, che non avrebbe dovuto mai esserci, una bassezza, un avvilimento, inutili anch'essi quanto l'orgoglio dei miei vani ideali!
XXIII.
Qualche cosa del nostro corpo e dell'anima nostra si espande forse attorno a noi e si attacca indelebilmente alle mura della casa che abbiamo lungamente abitata, agli oggetti di ogni sorta che ci hanno tenuto compagnia per tutta la vita e sono stati muti, inerti testimoni delle nostre gioie e dei nostri dolori.
Non so spiegarmi altrimenti le impressioni ricevute dopo solo sei mesi di assenza.
Mia madre, venuta ad incontrarmi all'arrivo, mi aveva abbracciato con straordinaria commozione.
—Sei stato malato?
Avevo tale cera da giustificare l'ansiosa domanda. Ero pallido, dimagrito, e la grande tristezza che non sapevo dissimulare aumentava la mia aria di sofferente.
—No, mamma—risposi.—Lo strapazzo del viaggio, la perdita del sonno…. Pochi giorni di riposo basteranno a rimettermi nello stato di prima.