I ritratti, belli, somigliantissimi, in varie pose, rimanevano muti anch'essi, come di persona ignota, di cui potevo ammirare la purezza delle linee, l'espressione degli occhi e delle labbra, senza che mi producessero la più lieve tristezza di ricordi.
Questa inaspettata aridità di cuore mi stupiva grandemente; non sapevo a che cosa attribuire l'impressione negativa di quei giorni, quantunque mia madre, immaginando di farmi piacere, mi parlasse spesso di Fausta, con voce piena di lacrime, con tenerezza profonda.
La giornata era grigia, senza sole. In quell'ora mattutina, pei viali del cimitero non si incontrava anima viva. Mia madre mi precedeva con passo affrettato. La modesta tomba di Fausta, era sparita sotto un gran cumulo di fiori; emergeva soltanto, tra le rose gialle e bianche, la breve colonnina sormontata da una piccola urna di porfido. Al cancello di ferro battuto si erano, torno torno, avviluppati rami di piante rampichine con penduli fiori di colore amaranto; otto grossi ceri già ardevano agli angoli.
Mentre mia madre, inginocchiata sul gradino sporgente dalla base pregava in gran raccoglimento, io, rimasto in piedi dietro a lei, mi sentivo invadere da un tormentoso senso di invidia per Colei che dormiva sotterra il sonno da cui nessuno si desta. Non riuscivo a immaginarmela disfatta, ridotta orrido scheletro, irriconoscibile. Ora mi si ripresentava proprio quale l'avevo veduta allora appena da me composta nella cassa mortuaria, col viso cereo, con gli occhi chiusi, e le labbra smorte, serena; e mi sembrava che avesse dovuto continuare a dormire, forse a sognare come io le avevo affettuosamente sussurrato nell'istante del distacco.
—Felice te!—pensavo.—Vorrei già poter dormirti accanto, ora che non ho più niente che mi lega alla vita!
E a poco a poco quel tormentoso senso di invidia si calmava per dar luogo a un sentimento di compassione di me stesso, che tornava a farmi zampillare nel cuore inaridito la sincera e copiosa onda di affetto di cui era stato capace negli ultimi mesi della vita di Fausta, quando l'avevo amata umanamente, senza sottintesi, senza secondi fini, per la sua bellezza, pel suo affetto, pel suo sacrifizio; e avevo tremato dall'angoscia di perderla, dal rimorso di aver affrettato sconsigliatamente la sua misera fine; e l'avevo pianta come non avevo mai pianto fino allora, nè dopo.
E così Colei, che nei giorni scorsi mi era parsa assente da ogni angolo della casa, rientrava trionfatrice nella riposta intimità dell'anima mia; consolatrice anche, suaditrice di andarle incontro con la stessa ferma volontà con la quale ella aveva affrontato il terribile enimma da cui dipendeva per lei la vita e la morte.
Mia madre mi rivolse un'occhiata supplicante, allorchè, rientrati in casa, le dissi:
—Lasciami qualche ora solo con lei!
Sentendomi parlare di Fausta come di persona ancora viva, ella esitò un istante, temendo forse per la mia ragione; la indifferenza dei giorni scorsi doveva esserle parsa uno sforzo per ingannarla intorno al vero stato dell'animo mio. La rassicurai con una stretta di mano; ed entrato nel salottino, chiusi l'uscio dietro a me.