Spalancai la finestra. Il sole, diradato il fitto velo di nuvole che lo aveva nascosto nella mattinata, penetrava nella stanza infondendo un palpito di vita su tutti gli oggetti sparsi attorno che la sapiente mano di Fausta aveva disposti sui tavolinetti, su le mensoline, alle pareti, con squisito senso di armonia. Fin i fiori, già inariditi nei vasi senz'acqua, sembravano rinverdire i brevi rami e rianimare il colorito delle foglie risecchite e ingiallite.
Non ostante la diffusa luce, io guardavo attorno come chi entrato in un luogo mezzo buio strizza gli occhi per scorgere gli oggetti che vi si trovano, e li vede a poco a poco quasi venir fuori dalla penombra per virtù di tenue propria luminosità. Non mi bastavano la forma, il colore degli oggetti; volevo che essi mi rivelassero qualcosa delle mani che li avevano toccati, e disposti qua e là: il profumo, la essenza vitale che avean dovuto rimanere attaccati ad essi nei ripetuti contatti.
E, quasi come una realtà, Fausta si aggirava pel salotto, ripetendo nella mia memoria gesti, atteggiamenti, mosse che ora mi rappresentavano tanti lieti e tristi momenti della nostra vita di sposi; si aggirava pel salotto, muta però, perchè io non riuscivo a produrmi, ricordando, l'illusione di udirne la voce, allo stesso modo che mi riproducevo un movimento delle mani, un passo, un sorriso, un balenar di occhi, un cruccio che le aveva velato improvvisamente la dolce serenità del viso, un'espressione di dolore che le aveva contratto le labbra.
Avrei voluto che mi fosse avvenuta una compiuta allucinazione; i soli ricordi non mi appagavano. E se, anche per un istante, avessi potuto vedermela comparire davanti, le avrei gridato:—Portami via, portami via con te! O dammi la forza di venir volontariamente a raggiungerti!
Era stata sublime. Se non era arrivata precisamente alla decisione di voler morire, aveva dato prova di eroico coraggio affrontando l'incognita del pericolo preavvisato dal dottore. Aveva dovuto dubitare qualche volta, e certamente esclamare:—Che importa? In ogni caso, meglio così!—Era stata sublime!
Io, invece, avevo commesso la vigliaccheria di rinnegare ogni mio ideale, la profanazione di stringere tra le braccia quasi consacrate dal suo bellissimo corpo, di baciare con le labbra che erano state ribaciate dalle sue, vilissimi corpi e impure labbra insozzati dell'imbrattamento di altri contatti non meno vili ed impuri. Mi sentivo soffocare dalla nausea di esser potuto giungere a tanto. La grande idealità che aveva rallegrato e confortato la mia giovinezza, che mi aveva preservato da ogni bassa azione ed era stata il mio unico grandissimo orgoglio, mi rigurgitava nuovamente nell'intelletto e nel cuore, operava nel mio spirito un misterioso purificamento, adempiva la redenzione iniziata poche ore addietro dall'influsso di Fausta davanti alla sua tomba infiorata.
Oh! Se lei non veniva a portarmi via, ora mi sentivo degno di andarle incontro nell'indefinita serenità dell'Ignoto, che in questo momento la fantasia mi animava, contro ogni mia convinzione, di persistenti forme di vita.
—Dario!—chiamò mia madre, picchiando leggermente all'uscio e aprendolo a mezzo.
Mi riscossi e le feci cenno di entrare.
—Senti:—disse dopo di aver guardato tristamente attorno.—Io credo che noi dobbiamo pensare ai nostri morti senza dolore e senza rimpianto. Se è vero, che essi ci stiano attorno, vivano, invisibili, la stessa vita di una volta o almeno ritornino di tanto in tanto per aiutarci e ispirarci qualche buona azione—ho questa fede, da donna mezza ignorante, e non la cambierei con la opposta certezza di voialtri sapienti—se ciò è vero, noi non dovremmo affliggerli con lo spettacolo di un dolore inconsolabile, che non giova ad essi nè a noi. Senti, Dario: tu mi dai una gran pena restando così chiuso con me; mi sento come esclusa dal tuo cuore.