—Dovresti sollevarmi un po' dal peso della responsabilità….

—Quale responsabilità, mamma?—la interruppi.—Non ne hai nessuna. Tu sei padrona assoluta in questa casa, ed io mi stimo felicissimo di poter rimanere ancora figliuolo di famiglia e nient'altro.

L'idea della morte volontaria ha un fascino incredibile. Stordisce o annulla la nostra sensibilità; forse lusinga anche il nostro amor proprio o, meglio, la nostra vanità col farci credere superiori alla maggioranza degli uomini così attaccati alla vita. Quel che dà la spinta verso la morte è il meno, nella più gran parte dei casi. Il coraggio, la freddezza nell'esecuzione provengono dall'anestesia morale che tien dietro alla decisione di finirla con la esistenza. Non so spiegarmi altrimenti la serenità, la imperturbabilità con cui facevo i preparativi senza badare menomamente al dolore che avrei cagionato a mia madre, senza sentirmi commosso dalla vista della povera donna che mi voleva tanto bene e che aveva tanto sofferto per me. Pensavo solamente di evitarle lo spettacolo del mio corpo insanguinato; e per questo avevo risoluto di prendere il pretesto di andare a sorvegliare gli urgenti lavori di riparazione nella casa dei contadini a Villa Fausta. Precauzione superflua, perchè mia madre non aveva nessuna ragione di sospettare di me. Infatti non sospettò neppure quando io, sul punto di partire, l'abbracciai e la baciai con insolita insistenza.

Oh come mi parve che Fausta mi venisse incontro per l'ombrato viale! Oh come mi parve di rivederla sotto il portico, su per la rampe della scala esterna, o affacciata alla terrazza tra i vasi di azalee in fiore che la ornavano! Così l'avevo vista più volte in quel mese della luna di miele che rimaneva tuttavia il più puro, il più eccelso, il più commovente ricordo della mia vita coniugale.

E mi sembrava, nei primi momenti, che io fossi andato colà non per cercarvi la morte, ma per rivivervi quasi realmente, con l'immaginazione, le ore, i giorni, le settimane passativi insieme, a rinnovare con essi il mio cuore e la mia intelligenza, e a prendervi nuove forze per impiegare la vita in modo assai più degno che non pel passato.

E trascorsi tutta la giornata, cercando di qua e di là, frugando i posti consacrati dalle nostre deliziose passeggiate, dalle nostre soste sull'erba, all'ombra degli alberi e delle siepi; dolcemente scosso dalla scoperta di un fiore di campo nello stesso punto dove allora ne avevo raccolto uno simile per lei, contento di sedermi sul ciglione di un sentiero dove mi ero seduto accanto a lei; maravigliato di scorgere che l'aspetto dei luoghi e la vita vegetale erano poco o niente cambiati, quantunque già cominciassi a riprendere coscienza che intanto tutto era cambiato, e irrimediabilmente, dentro di me.

—Oh! signor Dario! Buon giorno!

Era il medico condotto di campagna, vecchietto grasso, rubicondo, sempre di buon umore, grande amico di mia madre da lui chiamata la «Tesoriera dei poveri», o pure il suo «braccio diritto» nelle opere di carità.

—Solo, questa volta? Peccato!

—Mia madre,—risposi,—mi ha investito delle sue funzioni di
«Tesoriere»; disponga di me.