—L'abito non fa il monaco,—dissi io.

—Eh!… Lo fa, lo fa! Sembra una sciocchezza, ma se non avessi addosso questo straccio di zimarra, non mi stimerei prete neppure da me. Il dottore mi ha preceduto…. Ci sarà però qualcosina anche pei miei poveri….

—Perchè non dire: nostri?—fece il dottore.

—È vero. Ma, infine, essi non sono di nessuno, o di chi fa loro la carità…. Starebbero freschi se dovessero contare soltanto su noi!… Riparazioni, eh? Lavoro; è la miglior carità. Non umilia, non degrada. Io, se fossi signore, non darei un soldo di elemosina: lavoro, lavoro, lavoro; nient'altro.

—E a chi non può lavorare?

—Stia zitto, dottore; in famiglia c'è sempre qualcuno che può lavorare per gli altri. Dico bene, signor Dario? Non lavora anche lei, a modo suo? Siamo stati messi al mondo per fare ognuno qualcosa; tant'è vero, che chi non può e non sa fare il bene, fa il male, pur di non stare inoperoso, con le mani in mano.

—Oh, questo poi!—esclamò il dottore, dando in una delle sue rumorose risate.

—Non dovrebbe essere così, ma è così,—rispose il parroco.—Tante cose noi pensiamo che dovrebbero andare in un modo e, invece, vanno in un altro. Lei mi aveva dato per ispacciata la povera moglie di Testagrossa…. Io le ho amministrato il viatico e l'estrema unzione. Le hanno profittato meglio del chinino; non me lo aspettavo neppure io. La ho vista ora ora, davanti a l'uscio di casa; pettinava una bambina…. E i famosi uccelletti che mi ha promesso, da mangiare con la polenta?

Il parroco mi divertiva per quel passare da una cosa all'altra, senza transizioni, ruzzolando le parole con la stessa nervosità con cui moveva le gambe.

Egli e il dottore mi seguirono, invitati, fino alla villa. La serata era dolcissima. Mi sentivo compenetrato tutto dalla divina serenità della campagna. E quei due, così diversamente semplici, buoni e allegri, sotto il portico, attorno al tavolino di ferro coi bicchieri e due bottiglie di vino, ragionando, ridendo, mi producevano un inatteso sollievo, che somigliava a un soave sbalordimento.