Pensavo a quel ritratto di Fausta che non avevo voluto portare con me per non far insospettire mia madre; sarebbe stato un atto così insolito! Eppure sentivo che, se lo avessi avuto sotto gli occhi, mi sarei deciso subito, senza esitare un istante, quasi per precipitarmi tra le braccia in attesa, o immergermi assieme con lei nella gran pace del Nulla.

Tornavo a pensare a quei due che adempivano modestamente, tranquillamente il loro dovere di uomini; consapevoli della loro pochezza, contenti del loro stato, come altri ne avevo osservati quella mattina, contadini, operai che lavoravano alacremente, cantando, scherzando, soffrendo in silenzio, accettando la vita quale l'avevano ricevuta in sorte, rendendosi utili a sè stessi ed agli altri, contribuendo, per quanto era in loro, al benessere comune.

Era forse la prima volta che osservavo questo? No. Ma allora sentivo un profondo disdegno per tutto quel che non era pensiero o opera di pensiero; non mi ero mai fermato a riflettere che tutte quelle creature umane condannate a rimanere nei bassi strati della vita sociale esercitavano una necessaria e benefica funzione, preparatrice di materiali, di alimenti a coloro che si trovavano destinati a funzioni più alte; e che questi, alla lor volta, lavoravano per quei pochi nei quali funzionava, per così dire, soltanto il cervello, artisti, scienziati, pensatori, e che erano la somma di tutte le altre attività, il resultato complesso di tante funzioni diverse ma indirizzate a unico fine.

E mi tornavano in mente le allegre parole del dottore:

—Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica!

Io avevo voluto tentare qualcosa di simile; e la mia superbia delusa mi spingeva a finirla con la vita!

Ma subito mi rimproveravo:

—Tu già ti lasci lusingare dalla vigliaccheria!

E subito rispondevo a me stesso:

—Non è forse maggiore vigliaccheria disertare dalla vita unicamente perchè essa non ha soddisfatto la tua vanità, il tuo orgoglio, i superbi tuoi sogni?