Mi sembrava impossibile che l'insegnamento, la salvezza, forse la redenzione, dovessero venirmi appunto dalle umili cose e dalle umili persone tanto da me misconosciute e disprezzate!
XXV.
All'alba, ero su l'alta terrazza della villa. Quattro anni addietro, dallo stesso posto, avevo avuto la gioia di assistere assieme con Fausta allo spuntare del sole, spettacolo nuovo per lei. L'avevo condotta lassù con strano senso di superstizione, per farla benedire dal sole appena uscita dal mio abbraccio nuziale, quasi il tepore di quei primi raggi dovesse investirla di vive forze cooperatici al gran mistero della concezione…. E la rivedevo come quella mattina, un po' pallida, un po' sbalordita del suo nuovo stato, sorridente, stretta al mio braccio; e mi sembrava di riudire le sue parole di esclamazione ammirativa:
—Oh, che bellezza! È una festa!…
E pensavo che quella festa si era ripetuta da allora in poi, indifferentemente ogni giorno, e che si sarebbe ripetuta ancora ogni giorno, per anni, per secoli indefiniti senza che le creature riflettano quali correnti di vita, quali correnti di pensiero arrivino ad esse con le vibrazioni di quella luce e le impressioni di quel calore!
Un irresistibile bisogno di aria libera, di frescura mi aveva spinto a salire su la terrazza. Venere scintillava nel cielo opalino; tutta la campagna attorno era ancora immersa nell'ombra, in una specie di torpore, di dormiveglia, di soddisfazione di benessere, e me ne sentivo compenetrare, quasi quello stato corrispondesse alla mia condizione interiore. Un senso di stanchezza, di prostrazione, era seguìto infatti all'esaltazione nervosa della giornata.
L'abbattimento però si accresceva di mano in mano che l'ampia vallata usciva dalla penombra, che l'orizzonte si tingeva di un roseo dorato, che i contorni dei monti e delle colline si accendevano ai primi raggi del sole quasi scoppiassero in fiamme al loro tocco, e tutta la campagna vibrava di sussurri, di canti di uccelli, in un delizioso fremito di risveglio che mi sembrava, più che un'irrisione, un rimprovero. Che cosa ero io venuto a fare colà, in mezzo a tanto rigoglio di vita, se neppure sapevo ritrovare in me la forza di darmi la morte, con orgoglioso gesto di rinunzia in faccia alla irragionevole prepotenza della Natura?
E non attesi che il sole si levasse alto su l'orizzonte.
Sul tavolino della mia camera luccicava il revolver, accanto ad esso era spiegato il foglio nel quale, all'arrivo, avevo scritto in fretta poche parole con cui chiedevo perdono a mia madre dell'atto disperato che stavo per compire. Mi parve di vedere la povera donna nel momento di leggerle, e mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Strappai il foglio.
—Ormai!