—Non più, mamma! Ora voglio vivere per te, qualunque sia la vita che mi si prepara. Mi sono già rassegnato. Mi rassegno! Perdonami, mamma!
Ripetevo queste parole affannosamente, invocando una risposta. La povera donna sembrava atterrita dalla mia rivelazione. Rizzatasi da sedere, stringendo le mani con le dita conserte, mi guardava senza poter pronunziare altro che il mio nome; e c'era nella voce tanta angoscia, tale accento di rimprovero da farmi pentire di essere stato sincero.
—Da oggi in poi,—disse quasi balbettando,—non potrò più stare tranquilla…. Giurami, Dario…!
—Lo giuro a te…. e a Fausta!—risposi.
E le apersi le braccia.
La mia ferita si era rimarginata più presto che il dottore non prevedesse. Stava bene anche l'orfanella. Mia madre aveva provveduto a rivestirla, ma non a lutto. Don Luca si era incaricato di comunicarle la disgrazia che l'aveva colpita, ed ella aveva accolto la notizia con stupore, senza lacrime, esclamando:
—Ed ora…. come faccio? Ed ora…. come faccio?
—Non dubitare, la Madonna ti aiuterà.
Ripulita, ravviata, sembrava un'altra. Era esile, bionda, con un profilino delicato, occhi cilestri, bocca piccola, con labbra un po' tumide, e un'espressione di sgomento che le faceva fissare gli occhi su le persone e le cose, quasi ancora non credesse a quel che era accaduto e a quel che accadeva attorno a sè.
Mia madre la incoraggiava con le parole e con le carezze.