Mia madre, colpita dal tono un po' enigmatico con cui avevo pronunziato queste parole, mi guardò intentamente e mosse le labbra, per farmi una domanda. Non disse motto, e gliene fui grato.
—È strano!—esclamò il dottore, facendo uno sforzo per nascondere la commozione.—La gioia stimola l'appetito. Io ricomincerei a mangiare.
Ma il buon vecchio si levava intanto da tavola, e non finiva neppur di bere il vino che si era versato.
XXVII.
Mia madre si era accorta che io agivo per impulso di un esaltamento probabilmente morboso e ne rimaneva impensierita. Infatti in quei giorni ero nervosissimo, eccitabilissimo. L'articolo 202 del Codice civile che metteva un insormontabile divieto all'atto di adozione, almeno per allora, mi sembrava una nuova infamia del destino contro di me.
—Ebbene, che importa? Attenderemo,—disse mia madre.—Nessuno però può impedirci di agire come se l'adozione fosse avvenuta.
Il signor Bardi non approvava la mia intenzione, e sosteneva che la legge, in questo caso, operava saggiamente.
—È una sopraffazione!—esclamavo io.
—È una tutela!—ripicchiava il signor Bardi.—Fingiamo, per poco, che la condizione di aver compiuti i cinquant'anni non esistesse. Tra uno, cinque, dieci anni, potrebbe venirti l'idea di riprender moglie; e tu ti troveresti su le braccia una figlia non tua, che i figli legittimi non vedrebbero certamente di buon occhio.
—L'ipotesi è assurda,—risposi.—L'adozione sarebbe anzi un ostacolo, che con me poi non occorre. L'ostacolo consiste nella mia volontà.