—Caro Dario, la volontà non comanda, obbedisce. Comandano la passione, il capriccio, le circostanze sociali; e per ciò noi troviamo sempre pronta una scusa per tutti i nostri mutamenti di condotta. È vero; tu sei savio, ma la vita, spessissimo, è più savia di noi…. quando non è pazza addirittura. In tutto, come negli affari, è prudente non impegnarsi troppo. È l'assioma praticato da tuo padre, che se ne trovò sempre bene. Ma noi facciamo una vana discussione. Il Codice civile pensa appunto per tutti coloro che non possono pensare. Tu intanto avrai tempo di riflettere; e dice bene tua madre, niente t'impedisce di operare come se l'adozione fosse avvenuta.

—È una sopraffazione della società che si sostituisce al diritto individuale! Barbarie di legislazione pagana! Rimasuglio di prepotenza medioevale!

Parlavo concitato, quasi la sopraffazione venisse dal povero signor Bardi che infine, se fosse dipeso da lui, sarebbe stato lietissimo di accontentarmi a dispetto di quell'articolo del Codice, pur di evitare a me e a mia madre la contrarietà che ci affliggeva.

Sì, noi potevamo operare come se l'adozione avesse ottenuto tutte le sanzioni richieste dalla legge; ma era una finzione, non una realtà; e questo m'indignava, quasi da un momento all'altro avesse potuto sopraggiungere qualcuno e rapirmi la bambina che ormai mi sembrava m'appartenesse perchè salvata col pericolo della mia vita.

—Tu sei eccessivo,—mi diceva mia madre.—O tutto o niente è una bella insegna, non lo nego; ma quando non è possibile ottener tutto, è bene contentarsi di qualcosa che sarà sempre meglio del niente. Un grande ambizioso, un forte può adottarla e metterla in atto; può adottarla però anche un poltrone, e trovarvi il pretesto di non far nulla.

—Sono ambizioso, orgoglioso, mamma; ma non più come prima. Tu lo vedi a che cosa mi rassegno: a beneficare una creaturina, a fare anche opera di espiazione per la memoria della povera Fausta! Io non la ho amata quanto meritava, quanto dovevo; l'ho fatta soffrire, mamma! Forse ella è morta non tanto per un difetto dell'organismo, quanto per l'immenso dolore di non essere riuscita ad imporsi al mio cuore…. Oh, mamma! Tu non sai; forse sai, e temi di accrescere il mio rimorso dandomi ragione. La ho amata quando non ero più in circostanza di consolarla, di compensarla; ho commesso l'infamia, per disperazione, di tentar di dimenticarla. Tu non sai, mamma! Tu non sai! Voglio punirmi, voglio redimermi…. E voglio pure, mamma, crearmi ancora un sogno nella vita, un'illusione, fosse pure a costo di rimpiangere, dopo, di non aver saputo resistere alla seduzione di esso nè alla fallace malìa di quella. E saranno nello stesso tempo sogno e illusione anche tuoi. Mi aiuterai almeno a produrmelo, a foggiarmela. In Rosa dovrà rivivere Fausta. Dobbiamo farne una creatura di bontà, d'intelligenza, di bellezza; e sarà in gran parte opera tua. Hai già cominciato. Io ammiro il miracolo di trasformazione che hai saputo produrre. Chi non l'ha conosciuta quando era una misera contadinella sfigurata dagli stenti e dalle fatiche, non potrà credere che Rosa non è stata sempre quel fiore di grazia timida e inconsapevole che rallegra oggi la nostra casa. E sono passati appena dieci mesi!

—Quando torneremo a Villa Fausta, don Luca e il dottore non la riconosceranno.

—Certamente. E mi piace che perdurino in lei, che quasi resistano un po', certe mosse, certi piccoli impeti selvaggi. Usufruiremo anche di queste forze nell'educarla.

—Tu però la vizii un po', condiscendendola in tutto.

—Penso a quel che ha sofferto.