Non mi accorgevo di ricadere nell'eccesso che aveva contristato tutta la mia vita. Volevo da questa sempre qualcosa di più che non potesse darmi. Dovevo esser io il dominatore, il creatore; sotto forme diverse, per scopi diversi, la mia stolta ambizione era quella di imprimere l'impronta del mio spirito nelle persone e nelle cose delle quali m'interessavo. Tardi, molto tardi, ho finalmente compreso che l'opera dell'intelligenza riesce efficace soltanto quando l'uomo intende il preciso valore delle sue facoltà, e sa adoprarle secondo la loro potenza, secondo il loro sviluppo. Quanti spostati di meno, se tutti avessimo questa coscienza! E, forse, anche questa mia ultima convinzione è sbagliata. Ogni individuo è, probabilmente, un tentativo della Natura per attingere la forma perfetta della specie; c'è dentro di ognuno di noi la forza impellente del tentativo, e, fuori, l'ostacolo delle circostanze, del Caso…. E così tutti i mezzi-artisti, i mezzi-scienziati, i mezzi-uomini politici, tutte le mille mediocrità che ingombrano il mondo vengono giustificati davanti alla riflessione, ma non per questo soffrono meno, e fanno soffrir meno gli altri. La gran sapienza consisterebbe nel rassegnarsi, nel limitarsi ad essere quel che le circostanze esteriori ci costringono ad essere. Ed, ecco, pure in questo momento mi abbandono alla Sirena dell'astrazione che è stata la mia malefica Fata!
Malefica? Chi lo sa? Pensare è agire. Perseguire un ideale e non raggiungerlo mai, è godimento ineffabile; e in questo caso—non sembri contradizione—fin la sofferenza può mutarsi in godimento, ripensandola.
In quei giorni m'isolavo sempre più, dedicato interamente alla nuova creazione intrapresa. Assistere al risveglio dell'organismo di Fausta—più non chiamavo Rosa col suo nome di battesimo e godevo ch'ella se ne compiacesse—assistere alle continue manifestazioni del suo spirito in formazione, che talvolta erano deliziose sorprese per un osservatore attento come me, bastava a riempire le mie giornate, quando ero stanco di leggere o di occuparmi di affari, da che il signor Bardi si ostinava a volermi informare dei misteri—diceva così—dell'amministrazione dei miei beni, pel caso ch'egli dovesse rinunziare al suo incarico o venisse a mancarmi.
Povero signor Bardi! Era invecchiato, molto stanco, e una lenta malattia viscerale gli minava la salute. Mia madre ed io gli volevamo bene per la sua onestà, per quel che di sornione e di gioviale che gli si leggeva in viso.
—Bisogna prepararsi ad andarsene e tener pronta la valigia, per non esser colti alla sprovveduta. È vero che con la morte non c'è pericolo di perdere il treno!
E rideva.
—Ma come le passano per la testa queste malinconie?
—Per forza. Quasi ogni giorno, cara signora, mi capita di sentire che un amico, un conoscente—di quelli che son cresciuti con me….—E fa impressione. Spariti, portati via da una febbre, da un colpo…. Il tale? Ma siamo stati insieme sere fa…. Il tal altro?… È naturale che si pensi: Verrà presto la mia volta!… Oh, non me ne affliggo. La mia esistenza non è stata cattiva; ho goduto un pochino; ho pure penato…. Ma infine…. Posso andarmene tranquillamente, coi miei conti sottobraccio, per presentarli al Gran Giudice di lassù. Li troverà in regola? Spero.
E rideva.
Povero signor Bardi! Tre mesi dopo era andato serenamente a sottomettere i suoi conti al Gran Giudice di lassù, come aveva, detto, scherzando. Ed oggi, io credo che il Gran Giudice li ha trovati in piena regola. Ma allora, quasi per attutire il dolore della sua perdita, dissi a mia madre: