—Come sarà rimasto male il signor Bardi non trovando di là il Gran
Giudice revisore dei conti degli uomini!

—Oh, Dario!—fece mia madre.—Non celiare su certi soggetti. Rispetta le credenze e i sentimenti altrui. Tuo padre credeva in Dio; ci credo ciecamente anch'io, lo sai. Comprendo: l'amarezza che ti trabocca dal cuore ti spinge a parlare così. Non voglio che Fausta senta qualcosa di simile dalle tue labbra. La turberesti crudelmente.

—Hai ragione,—risposi mortificato.—Non mi accadrà più!

Assistevo ai progressi di Fausta come al lento sbocciare di un fiore di cui non si conoscono la forma e le tinte. La sua timidezza mi incantava; la sua vita si riduceva a una continua sorpresa davanti alle cose, a una specie di stordimento che la teneva per alcuni istanti perplessa e poi la faceva scattare in sussulti di gioia. Ho notato, giorno per giorno, le più minute osservazioni, i fatti più insignificanti che assumevano grande importanza perchè riguardavano un cuore e uno spirito, che pure talvolta si chiudevano inconsapevolmente, istintivamente, e si rendevano impenetrabili. Ed io rimanevo deluso e turbato davanti al mistero dell'avvenire di quella creatura che così si sottraeva all'influenza mia e di mia madre, quando più ci lusingavamo di averla compenetrata e domata. Riflettendo però, ero contento di vederla agire liberamente, di vederla riapparire quasi subito piena di tenerezza, di effusione, di gratitudine, di sentirla esprimere con parole di una semplicità così profonda da far dubitare che fossero sue.

Grande consolazione era per me il rifiorire di una seconda giovinezza che avveniva in mia madre, quasi il contatto con quella fresca adolescenza partecipasse anche a lei liete correnti di energie.

Gli anni intanto passavano. A intervalli, sentivo rinascere nel mio cuore qualche bell'entusiasmo, mi accasciavo con rapida vicenda sotto il peso della delusione di vederlo svanire; e mi confermavo sempre più nel convincimento che fossi destinato a qualche inesplicabile funzione con quell'accogliere, con quel ruminare tanti sentimenti, tante idee che a me sembravano inutili perchè non approdavano a niente e che forse, nel vasto organismo della società, servivano, senza che io ne avessi coscienza, a qualche remoto scopo che non mi era permesso di intendere.

E fantasticavo:

—Che misere creature noi siamo! Crediamo di agire per conto nostro, secondo i fini calcoli del nostro orgoglio, del nostro amor proprio…. E quando più stimiamo di aver servito il nostro interesse, di aver soddisfatto il nostro orgoglio, ci accorgiamo finalmente che abbiamo lavorato per tutt'altro!

Così, più tardi, ho sentito il bisogno di riandare il mio passato, di fissarlo nei suoi tratti principali, con queste pagine schiette e sincere; e lascerò al Bissi la cura di pubblicarle dopo la mia morte, se crederà che possano interessare e giovare a qualcuno.

Glielo dissi quella volta ch'egli venne a passare un mese a Villa Fausta per la villeggiatura di autunno.