Ero, da più giorni, tormentato da questa convinzione della mia inettezza a qualunque cosa che veramente meritasse di occupare l'intelligenza di un uomo. In certi momenti mi domandavo se quella sproporzione tra la mia idea e le mie forze fisiche e mentali non fosse grave sintomo di degenerazione o di pazzia.

Riflettevo:

—Un gran poeta, un gran romanziere, un gran drammaturgo, qualunque grande artista, qualunque gran pensatore è tale quasi senza saperlo. A nessuno di essi dev'essere mai passato per la testa:—Voglio essere questo! Voglio essere quest'altro!—Si sono sentiti artisti, pensatori, o meglio hanno operato da artisti, da pensatori, creando, ragionando, facendo naturalmente, semplicemente la loro funzione. Chi dice, come me:—Vorrei essere questo! Vorrei essere quest'altro!—ha già la coscienza di essere tutt'altro.

Che sono io? Un orgoglioso, un vanitoso! Un uomo mancato!

E inutilmente soggiungevo:

—Al pari di mille e mille altri!

Questo non mi consolava, non leniva il mio tormento.

Fino al giorno però in cui mio padre venne improvvisamente a disperdere le mie ultime illusioni, io non avevo ancora sentito l'abbattimento così disperato che quel giorno mi faceva singhiozzare bocconi sul letto, brancicando la coperta con mani convulse.

Mi sembrava che il mondo fosse crollato attorno a me e che fosse sparita ogni luce.

—Dario! Dario!—sentii chiamare.