La povera mamma, copertosi il viso con le mani, balbettando:—Oh, Dio! Oh, Dio!—si lasciò trascinare fuori della stanza, opponendo debole resistenza.
Io caddi ginocchioni davanti al divano; baciavo e ribaciavo il cadavere ancora caldo, senza un lamento, senza un singhiozzo, soffocato dal groppo di pianto che non riusciva a versarsi per gli occhi; e dietro un velo di nebbia, quasi nella fluida trasparenza di un sogno, intravedevo le persone di casa, gli inquilini accorsi, e il corpo giacente che aveva tuttavia, nonostante quel nebbioso velo, le rigogliose apparenze della vita e della forza…. Poi improvvisamente, non vidi più nulla, come se un nero abisso mi avesse inghiottito.
Il povero babbo era stato previdente.
Fra le sue carte, e serbata in un posto dove avrebbe potuto essere subito ritrovata, io rinvenni una lettera diretta a me, scritta sei mesi prima del luttuoso avvenimento, quasi il cuore gli presagisse quel che doveva, tra non molto, accadere. Mi dava minutissimi schiarimenti intorno ai suoi affari, m'indicava la persona a cui avrei potuto, con piena fiducia, affidarne il disbrigo, e si diffondeva in lunghi consigli di pratica saggezza, ripetendo con diverse parole—e leggendo mi sembrava di riudirne la voce—quel che mi aveva detto la mattina del nostro ultimo colloquio.
Ancora, dopo parecchie settimane, io non sapevo rassegnarmi a credere ch'egli fosse sparito per sempre!
La mamma vestita a lutto, la tristezza che incombeva su tutta la casa, le insolite occupazioni alle quali dovevo concedere quel tempo fin allora riserbato esclusivamente ai miei studi, e che mi infastidivano per la loro volgare minuzia, non erano sufficienti a darmi un vivo senso della realtà, delle tristi circostanze intervenute a sconvolgere l'andamento ordinario della mia vita.
Il dolore di mia madre era intenso. Capivo che ella evitava, quanto più era possibile, di rammentare il povero nostro caro assente per non accrescere lo strazio del mio cuore; ma, in certi momenti, ripensando le rivelazioni di quel giorno, io non riuscivo a vincere il sospetto che ella si sforzasse di far apparire il suo dolore più grande e più intenso che veramente non fosse. La scusavo, la giustificavo; avrei voluto però che ella avesse già perdonato e dimenticato; che più non fosse perdurata, tra l'assente e lei, quella scissura che le aveva fatto portare chiuso in cuore tant'anni il suo bel sogno di donna non potuto attuare, com'ella si era espressa.
E a tavola, o quando veniva a sedersi nel mio studio per leggere là qualcuno dei tanti volumi nuovi che il mio libraio continuava a inviarmi (ora che non aveva altri all'infuori di me, voleva sentirsi confortata—diceva—standomi silenziosamente vicino) a tavola, o mentre ella leggeva, io la fissavo, evitando di farmi scorgere, e tentavo di penetrarla per indovinare se, sospettando in quel modo, non la calunniassi indegnamente.
Un giorno, alla fine, per dissipare il tormentoso dubbio—soffrivo assai ogni volta che esso, scacciato via, tornava a riaffacciarmisi nell'animo—un giorno, vedendo che la mamma, deposto su le ginocchia il libro di lettura, chiusi gli occhi e abbandonata la testa indietro su la spalliera della poltrona, si era immersa nel dolce fantasticamento prodotto dalle sensazioni delle cose lette, la riscossi bruscamente:
—Mamma!…