—Bada! Non confondere! Lo spirito da un lato, in alto; la carne, dall'altro, in basso. Sono distinti, ma non scissi, non ognuno per sè. E come la mente si ritempra nell'Idealismo Assoluto, il corpo dee ritemprarsi nella realtà materiale. Ci vuole la sensazione, il sentimento, la fantasia…. cioè la donna. Sissignore! Eh! Eh! La donna! Beato te, che non hai ancora vent'anni! Tutto sta nel modo e nella misura. Platone si ritemprava in Acherneasse; Aristotile in Herpyllis; Dante, non in Beatrice…. non dargli retta…. ma nella cognata, sembra, e in parecchie altre; e il canonico Petrarca, non in Laura, ma…. più non ricordo in chi mai…. Senza la Fornarina, Raffaello avrebbe forse potuto dipingere la Trasfigurazione? Io, vedi, sarei riuscito qualche cosa, se non vi fossero stati di mezzo la zimarra ed il tricorno…. Me ne sono accorto troppo tardi! La tonsura svirilizza; e se questo vocabolo non c'è, lo invento io. Quei della Crusca non lo accetteranno, per non far torto a loro stessi. Mettiamolo in circolazione noi altri, e forse attecchirà…. Ah, la donna e il tabacco nella pipa corta, di radica!
In quel momento il vecchio prete hegeliano mi era parso un lurido scimmione. Si esprimeva a modo suo, come sempre; ma oggi riconoscevo che diceva la verità.
—Prendi moglie, figlio mio!
Oh! Potevo confessare a mia madre quel che io pensavo della donna?
Ella aveva parlato nobilmente: «Crearsi una famiglia, mettere al mondo creature destinate a far progredire la società è azione grande e bella quanto l'arte e la scienza!» Quest'azione bella e grande avrei però voluto compirla in maniera da non dover rinunziare interamente alle mie aspirazioni. Tornavo, di tratto in tratto, a lusingarmi. Mi sarei afferrato ai rasoi, pur di riuscire ad essere un uomo.
Allora la parola «superuomo» non era stata coniata; ma anche allora l'avrei creduta superflua, giacchè dicendo: uomo, io intendevo significare l'individuo della specie che ha raggiunto la maggiore eccellenza, che ha incarnato più largamente un certo ideale, una certa perfezione; quello soltanto, per me, era uomo; gli altri, prove e riprove sbagliate e corrotte. Non ero modesto, ma ingenuo! Non mi accorgevo che rappresentavo anch'io una prova sbagliata e delle peggiori.
Non potevo perciò andare incontro al matrimonio spensieratamente o per calcolo. Intanto mi inorgoglivo di potermi accostare ad esso vergine di animo e di corpo. Era già un'eccellenza questa rara condizione.
E a poco a poco, frammezzo a lunghe dolorosissime lotte, mi convincevo che non sarebbe stata impresa facile nè volgare creare un'opera d'arte in azione, realizzare un ideale di vita con mezzi e intenti forse non mai adoprati riflessivamente fin allora. Vi avrei potuto trovare alte soddisfazioni, gioie intense. Mi esaltavo o meglio mi sforzavo di esaltarmi per prendere una decisione; ma poi venivo riafferrato dalla paura dell'ignoto. E l'ignoto era Colei che avrei dovuto scegliere a compagna della mia impresa. Oggi ero libero di fare questo o quello; domani, non solamente non sarei stato più libero, ma anche alla mercè di un carattere, di un temperamento che forse non avrei potuto modificare nè domare. Donna, mistero! Dovevo abbandonarmi al caso? Quali precauzioni adottare per opporsi alla sua cieca opera?…
Ricordo benissimo; mi trovavo nel mio studio. Era una mattina verso la fine di aprile, quando i profumi di esso quasi si confondono coi tepori del maggio che sta per arrivare. Dalle quattro finestre spalancate alla dolce frescura e al sole irrompeva nella stanza ora un inno di lieta giovinezza, ora una solenne sinfonia di vita nuova; suoni, rumori indistinti, voci umane, canti di uccelli, bagliori di luce, festa di colori, trepidare di foglie recenti, che dava apparenza di cose animate agli alberelli di bambù davanti a le finestre, contro il sole.
Da mesi, io entravo nel mio studio con la stessa riluttanza con cui si penetra in un sepolcro che racchiude resti carissimi al nostro cuore.