E cercai, e trovai!

X.

Più rifletto intorno ai casi della mia vita e più mi convinco che c'è una Forza Superiore, che guida e regola le nostre azioni, spingendole dove vuol essa anche quando noi crediamo di agire con la più capricciosa libertà. E non è sopraffazione, violenza arbitraria, ma ragione elevata che ci difende contro l'accidentalità delle circostanze e ci rimena allo scopo della nostra esistenza. Spesso noi chiamiamo Caso questa misteriosa Forza coordinatrice, perchè ignoriamo quali intimi rapporti annodino i più insignificanti nostri atti ai più grandi e più remoti movimenti dell'Universo. La nostra ignoranza attuale dovrebbe però renderci meno vanitosi, meno superbi, o indurci almeno a riconoscere che, mentre noi immaginiamo di fare soltanto il nostro personale interesse, lavoriamo inconsapevolmente a quel che il Montesquieu chiamava: «Le grand oeuvre», e un nostro illustre pensatore semplicemente: «La storia». E così accade talvolta che colui che crede di compire una mirabile cosa ne faccia una meschinissima; e che un altro, rassegnatosi ad opere umili e modeste, ne compia, invece, quasi senza ch'egli ne sappia niente, una grande davvero.

Infine, l'importante è che ognuno faccia quel che deve fare; la felicità umana consiste in questo soltanto. Ma io che ora, quasi vecchio, senza illusioni di sorta alcuna, ragiono in questo modo e chino il capo davanti a quella che stimo sacra fatalità della vita, provo un riverente terrore riandando con la memoria per quali vie dolorose, per quali erramenti, per quali inganni sono arrivato al punto estremo dove ormai nient'altro più mi rimane che chiudere gli occhi e sparire dalla scena del mondo.

Tutti i miei castelli in aria sono miseramente crollati; tutte le mie più orgogliose speranze sono andate a vuoto; eppure oggi sento la grande soddisfazione di esser vissuto come sono vissuto, di aver attraversato tante dolorosissime prove e di aver fatto per mezzo di esse quel po' di bene che mette in pace la mia coscienza e mi fa attender tranquillamente la morte.

In certi momenti, è vero, io non so come giudicare il resultato finale delle mie azioni che è ancora un'incognita o che può essere affatto diverso da quello che mi figuro. Ma mi conforto, riflettendo: Forse sarò in tempo di correggere il mio sbaglio; o, forse, quel che può sembrarmi uno sbaglio è tale soltanto in apparenza. L'avvenire lontano sfugge a ogni nostra previsione; e nel mistero che lo circonda, consistono le forti e lusinghiere attrattive della vita.

Per ciò io ero felice nei giorni in cui cercavo qua e là Colei che doveva essere la mia cooperatrice nella sovrana opera di creazione assai diversa, della creazione d'arte, e che già mi sembrava più nobile e più elevata di questa.

Mi apprestavo alla eccelsa funzione come a un atto supremo. Non i sensi, ma la riflessione mi spingeva a dedicare tutte le mie forze fisiche e intellettuali a un fatto che la maggior parte degli uomini compie con colpevole spensieratezza, per impulso di voluttà, per calcolo di meschini interessi spesso, quasi ignara di quel che opera, certamente ignara di quel che dovrebbe operare.

Ero orgoglioso di sapere che pochi o nessuno si erano accinti con degna preparazione, con intera e limpida coscienza all'atto più elevato che un uomo possa compire: la generazione di un'altra creatura umana. Io davo il primo esempio. Questa idea mi esaltava.

Non ero capace di mettere al mondo un capolavoro immortale, nè una di quelle poderose scoperte di idee che rinnovano la vita civile e fanno progredire l'umanità; ma forse potevo dare la vita a colui che avrebbe creato il capolavoro d'arte a me negato di produrre, o rivelato alla società l'idea nuova e feconda che avrebbe allargato i confini dell'intelligenza, dominato le menti e creato l'avvenire.