Il mio orgoglio divergeva per altra via, ed io non me ne accorgevo. Mi sembrava di fare modestissimo atto di sottomissione accettando questo còmpito, e non vedevo le immense difficoltà, dell'attuazione di esso, o la vanità del tentativo.

Non ne parlavo con nessuno, neppure con mia madre.

Ero certo che, se avessi esposto quella idee ai miei pochi amici, essi, quantunque intelligentissimi e capaci di comprendermi, mi avrebbero deriso. Troppo pratici, travolti dalle agitazioni immediate della vita comune, avrebbero giudicato strambe idealità i miei proponimenti, sogni di uomo vissuto solitario, fantasie da poeta.

Mia madre si sarebbe certamente rallegrata di vedermi interessare con tanta serietà e con tanto entusiasmo, della mia futura situazione; e avrebbe, senza dubbio, apprezzato più di ogni altra la intensità di quel sentimento che mi dava, assieme con una profonda commozione, la risolutezza e l'energia mancatemi fino allora. Ma temevo di vederla impaurita dall'eccitazione che questo nuovo stato d'animo mi produceva; temevo di udirle pronunziare qualche parola di richiamo, qualche femminile osservazione di senso comune che mi avrebbe tarpato le ali, e tolto, con le illusioni, ogni coraggio di andare avanti.

Giacchè in certe ore, in certi giorni, la stanchezza delle inutili ricerche mi faceva balenare nella mente il sospetto che anche quest'altra mia intrapresa potesse fallire,… E allora una tetra risoluzione mi si affacciava al pensiero. Questa volta facevo mie le sdegnose parole del Bissi:—Se la vita mi rifiuterà ogni consolante mezzo di azione, io dirò risolutamente alla vita: Non voglio più saperne di te!—Ma erano fiacchezze di istanti.

La vita, intanto, mi sembrava bella, immensamente bella, anche nei ristretti limiti dentro i quali ora volevo circoscrivermi. Non mi stimavo più uno scopo, ma un mezzo. Lo scopo era molto, oh, molto! di là da me. Quando io fossi riuscito a formare quella creatura pel cui avvenimento mi preparavo con trepidanza quasi religiosa, avrei fatto opera così inestimabilmente elevata che la mia personale nullità non mi avrebbe potuto più ispirare commiserazione nè sdegno.

Avevo ricercato il Lenzi, il Lostini e altri giovani compagni di studi, che furono lietissimi di vedermi entrare, dopo tanti anni di segregazione, nel turbine della vita sociale assieme con loro. Ero stato presentato in varie famiglie, frequentavo riunioni, feste, teatri. Lenzi e gli altri anzi credevano che intendessi rifarmi del tempo perduto; e perciò si maravigliavano che avessi tuttavia ripugnanze e astinenze inconcepibili.

Infatti mi mescolavo apparentemente con loro, ma non partecipavo al loro genere di vita, che mi sembrava sciocco e qualche volta bestiale.

—Insomma, quale chimera ti attrae?—mi domandò un giorno il Lenzi.

—Cerco moglie!—mi lasciai scappare di bocca.