Mia madre portava ancora il lutto, quantunque fossero trascorsi più di due anni dal giorno della morte del babbo. I capelli ondulati, abbondanti, pettinati con semplicità in due bande che le coprivano le orecchie contornandole il viso, e già in via di brizzolarsi di grigio, davano, assieme col vestito nero, alla sua svelta ma robusta persona un'aria imponente. Si era rizzata dal canapè pronunziando le ultime parole, e mi avea teso le braccia. La tenni stretta al petto con forza baciandole la fronte, mentre anche lei mi stringeva a sè e mi baciava, bagnandomi la faccia con lacrime di tenerezza e di gioia.

—Grazie, mamma!—le dissi.

Il ritratto di Fausta era rimasto tra i nostri petti quasi per partecipare a quell'amplesso. Stava per cadere sul tappeto nel disgiungerci; ma fui pronto ad afferrarlo.

—Portiamolo con noi al camposanto. Andiamo a dare la dolce notizia anche a Lui che ti voleva tanto bene.

Mai mia madre non mi era parsa così nobile e veneranda come nel momento in cui delicatamente mi rimproverava di aver quasi dimenticato Colui che, se fosse stato ancora in vita, avrebbe certamente gioito del mio futuro matrimonio, non ostante le sue idee intorno a questo soggetto.

Un'ineffabile tenerezza m'invase. Gittai di nuovo le braccia al collo di mia madre, mormorandole con effusione:

—Andiamo, andiamo sùbito!

Mi è rimasto indelebilmente impresso nella memoria lo strano spettacolo del cielo di quella sera di settembre. Un gran velario di nuvole, formato da larghe scaglie, simili a scaglie sovrapposte le une alle altre, di un'immensa corazza che il sole in tramonto incendiava fantasticamente con barbagli di oro agli orli, con splendore da rubini nel centro. Il marmo del monumento si colorava in roseo pei riflessi di quelle scaglie fiammanti che si facevano gradatamente più rosse, di mano in mano che il sole declinava verso le montagne dell'orizzonte lontano; e quel roseo comunicava un fremito di vita al busto, somigliantissimo, quasi vi facesse circolare dentro, per inatteso miracolo, il sangue.

Mia madre si era inginocchiata a pregare, posando prima, su le fronde della siepetta di bosso che circondava il monumento, il ritratto di Fausta.

Io l'avevo imitata, e le invidiavo quella forte fede che le permetteva di rivolgersi all'anima di mio padre con assoluta certezza di essere udita, e di ricevere un'interiore risposta da lui, valevole quanto quella che avrebbe potuto uscirgli dalle labbra se fosse stato ancora vivo. Le mie idee erano allora orgogliosamente diverse. Convinto che corpo e spirito di mio padre, disgregati dalla morte, si trovavano ormai confusi con gli infiniti elementi dell'Universo, io non riuscivo a concentrarmi in un'aspirazione, nè formulare una preghiera; per poco non mi vergognavo di sentire in quel momento la suggestione di quell'umile creatura che risolveva serenamente, con uno slancio, il più terribile problema da cui sia turbato il nostro intelletto. Se non potevo credere che qualche atomo dell'infinita sostanza conservasse tuttavia la coscienza individuale di Colui che era stato mio padre, ne sentivo un'eco, ne percepivo un riflesso nel mio cuore e nel mio spirito per la evidente continuità degli esseri tutti; e così, a modo mio, mi rallegravo di praticare un atto quasi simile alla preghiera di mia madre.