Ci avviammo ad uscire dal camposanto silenziosi, a capo chino.

Le innumerevoli scaglie delle nuvole erano già diventate cineree. Una gran pace aleggiava per quei viali deserti, tra quelle tombe biancheggianti. Il rumore dei nostri passi su la fina ghiaia produceva tale trista, indefinita sensazione che ci impediva di riprendere a parlare. Soltanto quando rientrammo in mezzo alla vita cittadina, trasportati celermente dalla carrozza che ci riconduceva a casa, mia madre esclamò:

—Ora mi sento più tranquilla pel tuo avvenire.

Non chiusi occhio quella notte. Da alcune parole della mamma avevo indovinato la ragione delle ansietà che la turbavano, quantunque cercasse di nascondermele. Roberto Lenzi ed io avevamo fiduciosamente combinato la cosa, senza punto pensare che il cuore o la volontà di Fausta potevano rovesciare a un tratto il nostro magnifico edifizio e spazzarlo via come fa il vento coi globi di fumo. E allora?

Verso le due dopo la mezzanotte mi ero levato da letto e avevo aperto la finestra; mi sembrava che nella camera mi mancasse l'aria. Il cielo era limpidissimo, trapunto qua e là da poche stelle che tremolavano fiocamente, vinte dalla diffusa chiarità plenilunare. I tetti delle case erano bianchi dalla rugiada; i campanili e le cupole delle chiese si profilavano nel cielo quasi opalino con rigida nettezza.

Soltanto a grandi intervalli il vasto silenzio veniva interrotto dal rumore delle pesanti ruote di un carro, dai passi di un nottambulo, dallo strido di un uccello notturno che forse il lume della mia finestra aveva attirato da lontano.

—E allora?—m'interrogavo.

La risposta si sperdeva nel torpore che m'invadeva la mente, proprio come quella nebbia che vedevo inoltrarsi lieve, lenta, e che pareva scancellasse le sembianze delle cose, coinvolgendo dentro i suoi taciti veli biancastri la scura massa delle case, i campanili, le cupole, le cime degli alberi dei giardini attorno, spegnendo i fanali, di mano in mano che si accostava; prima, trasparente, simile a quei teli di garza scendenti dall'alto di uno scenario, e poi sempre più e più densa, tanto da coprire allo sguardo fin gli oggetti più vicini.

E quasi una mano invisibile agitasse di tanto in tanto quella vaporale inconsistenza che il chiaro del plenilunio rendeva opacamente luminosa, o un improvviso soffio di vento la diradasse per istanti, vedevo riapparire, slontanati dalla sfumata tenuità, cupole e campanili, angoli di case come galleggianti in quell'onda, che poco dopo tornava a riavvolgerli e a farli sparire.

—E allora?