La mia vita verrebbe sommersa, sarebbe presto sparita anche essa nel nulla, come le cose attorno, e non per qualche ora, ma per sempre?

Non mi ero accorto del tempo trascorso. La nebbia persisteva ancora fitta, immobile, quando potei distinguere a traverso di essa il luccicore dell'alba, quando l'aurora sopraggiunse più luminosa, tra i rumori della città che si destava.

E allorchè il sole, saettando i tiepidi raggi mattutini, cominciò a fugare la nebbia e a risuscitare attorno a me la realtà delle cose, mi parve che una risposta consolante mi risonasse dentro il cuore e che la gentile figura di Fausta mi sorridesse, lassù, nella limpida e dorata profondità del cielo, assentendo!

XII.

Il timore di mia madre, fortunatamente, era stato vano.

E così il più delizioso istante della mia vita fu quello in cui vidi Fausta venirmi incontro e tendermi le mani con tale grazia e semplicità, da rendere doppiamente gradita la incondizionata dedizione di tutta se stessa.

Rimandammo il nostro viaggio di nozze a sei mesi dopo il matrimonio—la mamma ci avrebbe accompagnati—e andammo a nasconderci nella villa dove io avevo passato due anni della mia scialba fanciullezza.

Ma prima di far la richiesta e appena ricevuta l'approvazione di mia madre, io avevo scrupolosamente adempito il programma con cui intendevo prepararmi al grande atto.

Stavo bene; il mio organismo, con lo sviluppo dell'età, si era rafforzato. Avevo conservate intatte, per via delle mie convinzioni e delle circostanze, quelle forze che i giovani sogliono spensieratamente disperdere quando più sarebbe dovere di risparmiarle.

Pure mi parve giusto interrogare un dottore.