Fui commosso però il giorno della presentazione, allorchè me la vidi venire incontro tendendomi le mani con atto di gentile sincerità, dopo di avere abbracciato affettuosamente mia madre.

—Io la ringrazio!—disse.—E farò ogni sforzo per mostrarmi degna della preferenza che mi ha usata. Mio fratello mi ha parlato tante volte di lei. Roberto le vuol bene. Ella non è ignoto per me.

Non ricordo quel che risposi; poche e imbarazzate parole certamente.

Fausta aveva una prontezza di spirito che mi maravigliava; un senno pratico e indulgente che faceva contrasto con la sua età. Di giorno in giorno, durante i rapidi preparativi delle nozze, mi stupivo di scoprire in lei tale limpida ed esatta conoscenza della vita, quale non credevo potesse acquistarsi vivendo segregati in collegio, come ella era vissuta otto anni, e in un collegio diretto da suore, quasi monastero.

—Tanto meglio!—mi rallegravo.—Non entrerà ignara, con poetiche illusioni, nella nuova condizione sociale. Sarà ben armata contro le delusioni e le sventure.

Una sera, qualche settimana prima delle nozze, mia madre ed io, dopo di aver desinato in casa Lenzi con la più affettuosa intimità, eravamo usciti a prendere il caffè nella terrazza che rispondeva sul giardino, come il padrone del casamento chiamava, con qualche enfasi, i pochi metri quadrati, ornati di tre o quattro alberi frondosi, di una siepe di bosso torno torno, e di una aiuola centrale che secondava le sinuosità degli stretti viali.

Mi ero appoggiato alla ringhiera fumando una sigaretta. Roberto discorreva con le signore, facendole ridere a furia di stranezze e di aneddoti raccontati con la sua solita prodigalità di parole e di gesti.

Fausta, che stava ad ascoltare ridendo anch'essa, dovette credere che io avessi udito quel che Roberto diceva in quel momento, giacchè venne a mettersi al mio fianco per rassicurarmi:

—Oh, non dubitare! Non sarò mai gelosa del tuo passato.

—Non c'è di che—risposi, senza domandarle per quale ragione fosse venuta a dirmi questo.