—Non ne abbiamo trovati,—si affrettò a dire Fausta.

E corse verso la culla di vimini a ruote, dove la bambina armeggiava, con le manine, all'ombra della palma dai grandi rami quasi spioventi.

La seggiola là accanto indicava che la nonna si era intrattenuta durante la nostra assenza a sorvegliarla, a svagarla.

—Non ha pianto,—ella disse rivolta a Fausta.

Mi accostai e feci una lieve carezza alla bambina, solleticandole il mento. Sorrise, guardandomi fisso, quasi avesse indovinato che quella mano compiva un atto insolito e avesse voluto mostrarmi che lo gradiva.

—Povera piccina!—mormorò Fausta, mentre mi allontanavo temendo che ella non sapesse contenersi. Paventavo una scena alla presenza di mia madre.

Ero irritato profondamente di sapere che ella e Fausta si erano accorte di quel che io intanto non mi curavo molto di nascondere; avrei voluto che avessero finto di non avvedersi di niente, di abbandonarmi alla mia tristezza che esse, pensavo, non potevano intendere. Il mio convincimento delle inferiorità dell'intelligenza femminile aveva ricevuto una gran conferma dal recente colloquio con mia moglie. Quel che essa avea chiamato inumana disformazione della mente e del cuore era tuttavia per me il solo atto che mi rendeva degno del nome di uomo, un'elevazione oltre il senso, oltre l'immaginazione: la riflessione ridotta vita, carattere. Non voleva dir nulla, se circostanze accidentali ne avevano attraversato la compiuta azione. Il semplice tentativo mi inorgogliva; e il vederlo miseramente abortito non m'ispirava nessuna fiducia per rinnovarlo, anche se avessi ora ignorato il divieto fatale!

Una grave tristezza era piombata sulla nostra casa, un lutto di anime, di cui gli estranei non potevano avvedersi. Credevano che con la nascita di quella bambina ci fosse arrivata tale felicità da renderci gelosi di farla conoscere agli altri, da staccarci da tutto e da tutti, per concentrarci in un egoistico godimento di intense gioie domestiche. E tra quelle mura dove l'agiatezza, l'amore, la paternità spandevano, secondo la gente, gran luce di sorrisi, regnava invece la desolazione, della quale non sapevo riconoscermi, in parte, autore; vi si aggiravano, come ombre desolate, due caricature umane: Fausta, la bellezza intelligente, la giovinezza amorosa; mia madre, la sacrificata per tutta la vita, che non si era lamentata mai della sua sorte, e che aveva indarno sperato di veder consolati almeno gli ultimi suoi anni dalla felicità di un figlio costatole tante lacrime e tante cure.

E il sapermi anche invidiato a torto rendeva più vivo, più intenso il mio rancore contro le brutali forze della Natura, davanti a cui la sovranità del pensiero umano rimaneva impotente.

XVII.