Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio di sentimento.

E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza alla morte della mia bambina.

Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come diceva
Fausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.

Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più pronta l'assistenza del medico.

Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.

—Ti ammalerai anche tu!

—Non importa,—rispondeva.—Voglio far guarire mia figlia, anche a costo della mia esistenza!

E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:

—Grazie!

—Le dia coraggio lei che è un uomo,—egli soggiunse.—Il disastro può accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora Maria?