—Si, sì!

E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a lei. Non le avevo detto un giorno:—Possiamo attendere?—Avevo dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.

Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile, Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò, lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a trovare parole di conforto per me.

—La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!… Dobbiamo salvarla!… Non mi rispondi, Dario?

Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue strazianti parole.

Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!

Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così feroce, di cui ho orrore ricordando.

Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto, sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.

—Fausta! Per carità! Fausta!—balbettai, chinandomi a baciarla, passandole la mano sui capelli con carezzevole gesto da molti mesi obbliato.

Aperse gli occhi, mi fissò, e li richiuse senza pronunziare una sola sillaba. Era sfinita.