Baciai anche mia madre che, seduta presso il capezzale, con la testa appoggiata al guanciale accanto a quella di Fausta, le teneva strette amorosamente le mani.

—Lasciala riposare,—mi disse sottovoce.

I singhiozzi erano cessati; sul pallido volto di Fausta già si scorgeva la benefica calma del sonno.

Accostai un po' più gli scuri della finestra, evitando di far rumore, e mi sedei a pie' del letto, con un lieve sbalordimento che mi dava l'impressione di aver sognato e di continuare a sognare.

Che cosa accadeva dentro di me? Non sapevo rendermene conto. Nell'istante del contatto delle mie labbra con quelle di Fausta avevo sentito un leggiero brivido corrermi dalla nuca lungo la schiena. Le labbra di lei erano ghiaccie, sì, ma il brivido o non proveniva da quella sensazione, o la oltrepassava. Un principio di vano risveglio? Una iniziale e oramai stolta ripresa della vita trascorsa con gentile delizia dal giorno della nostra unione fino al terribile momento in cui mi era parso che tutto fosse crollato attorno a me? Vita punto sensuale, vita di affetto purissimo, quasi i nostri corpi fossero rimasti verginalmente intatti per virtù dell'esaltazione prodotta dal grandioso scopo che aveva reso il nostro congiungimento un atto di adorazione, celebrazione di un sacro rito.

E nella penombra, proprio come in dormiveglia, mi passavano quasi sotto gli occhi tutti i particolari, dal momento in cui avevo portato via dalla sua casa il ritratto confidatomi dal fratello, fino al nostro primo incontro e a le settimane passate nella villa ribattezzata allora allora col suo nome; settimane d'ineffabile intimità, quasi di estasi da parte mia, di cui Fausta sorrideva, ammonendomi:—Mi farai insuperbire!

La visione si arrestava là; la memoria rifuggiva di andare più avanti.
Tutto il resto doveva essere dunque come non avvenuto?

Ahimè, no! Mi riafferrava lo scoramento, il terrore della spietata sentenza pronunziata dal dottore. Ma, anche senza di essa, quel che sentivo dentro di me da qualche ora mi sarebbe sembrato da lì a poco atto di fiacchezza intellettuale, contro cui dovevo tenermi in guardia; seduzione alla quale dovevo assolutamente resistere; forse, anche principio di infermità del corpo che influiva sullo spirito. No! No!

Intanto, con contradizione che mi meravigliava, di mano in mano che Fausta andava superando l'abbattimento prodottole dall'immenso dolore, tornavo a sentirmi spingere verso di lei da soave corrente di compassione e di tenerezza che m'ispirava parole di gentile affettuosità, gesti di carezze da un pezzo inusate. E mi affliggevo di vedergliele accogliere con glaciale indifferenza.

—Non affaticarti ancora a mentire!—mi disse una sera che volevo indurla a suonare al pianoforte alcuni pezzi dell'opera nuova di un maestro da lei tenuto in gran pregio.