Fui spaventato della devastazione avvenuta nell'animo della dolente creatura, e tentai di disingannarla, di rassicurarla.
—Non respingermi, Fausta!—esclamai,—Non sono stato mai così sincero come in questo momento….
Un incredulo sorriso accompagnò la sua risposta:
—Può darsi!
Mi era parso che la calma fosse rientrata nel suo cuore, vedendole riprendere le sue cure della casa dov'ella aveva messo un'impronta di squisita eleganza che formava l'orgoglio e l'ammirazione di mia madre. Mi compiacevo del ritorno dei fiori in tutte le stanze, disposti da lei con mirabile senso di arte nei molti vasi e vasetti di porcellana e di cristallo, su i tavolini e le mensole, e che spargevano una gaiezza di colori e un'ebbrezza di profumi specialmente nel mio studio, nel suo salottino, e in quello di mia madre.
Assistevo, lieto, a queste operazioni di ornamento, quasi il riapparire dei fiori fosse emblema della rifioritura del suo cuore intristito. Seguivo Fausta, con intima compiacenza, su la terrazza affollata di vasi con piante di ogni sorta, alcune in isboccio nella mitezza di quell'autunno che aveva tepori primaverili.
Erano state la sua passione. Voleva innaffiarle di sua mano, ripulirle delle foglie morte, liberarle dai polloni soverchi, curarle come creature sensibili, che le esprimevano la loro gratitudine col verde rigoglio dei rami e i tenui colori delle corolle. Ora però ella faceva tutto questo senza l'entusiasmo di una volta, quando mi invitava ad ammirare ogni manifestazione di vita vegetale, quasi ne comprendesse il segreto, quasi ne sentisse una sottile ripercussione nella sua.
Allora udendola parlare delle piante con tanta squisitezza di immagini, la interrompevo sorridendo:
—Poetessa! Poetessa!
—La miglior poesia,—ella rispondeva,—è quella che si sente e non si scrive.