—La più grande è quella, che si fa,—replicavo, pensando al germe che già sapevo le palpitasse nel seno.

Ora attendevo invano una sola parola dalle sue labbra ridivenute rosee, un guizzo di luce nei suoi occhi che avevano cessato di piangere. Quelle cure, che ella era tornata a prodigare alle piante, sembravano unicamente l'esecuzione di un dovere se non gravoso neppur piacevole.

E come più io mostravo di voler vincere la sua diffidenza, più ella mi faceva apertamente capire che non credeva affatto alla sincerità dei miei atti, e che non si sarebbe lasciata lusingare e illudere come la prima volta, quando mi era venuta incontro—me lo aveva detto un giorno—quasi con le mani cariche di rose da sfogliare ai miei piedi, fidente e lieta di ricoverarsi così tra le mie braccia, come in un rifugio di gioia e di pace. E vedendomi continuare in quel che lei stimava gioco di astuzia infantile, una sera, su la terrazza dove mia madre, dopo cena, ci aveva lasciati soli senza che noi ci fossimo accorti della sua discreta sparizione, mi parlò duramente:

—Sono stata la tua disgrazia, lo capisco. Soltanto la mia morte potrebbe renderti libero di rinnovare la vita; ma io non ho il coraggio necessario per sparire volontariamente….

—Non dire così, Fausta!

—Ormai!

—La vita,—replicai,—non ostante le nostre aberrazioni, le nostre miserie, le nostre colpe, è bella, Fausta; massime quando le sorride una giovinezza come la tua, massime quando possiamo adoprarla per qualcosa di nobile, di eccelso, da soddisfare la nostra coscienza, da appagare il nostro cuore.

—Tu insegui sempre il tuo sogno!

—No, Fausta. Ormai! ripeto come te. In questo momento, te lo giuro per la nostra morticina, non lo rimpiango neppure.

—È la prima volta che la ricordi.