—Che cosa? Parla…. Vorrei crederti…. Parla!… Ma no; non voglio udir niente…. Voglio sentir stringermi violentemente tra le tue braccia! Voglio sentir soffocarmi dai tuoi baci…. se è proprio vero, Dario! Così! Così! Così!…

Non avevo saputo resistere alla malìa del suo accento, al contatto delle sue mani che, brancicando, avevano afferrato le mie con predente carezza. Mi sentii tutt'a un colpo trasportato indietro, alle prime settimane del nostro matrimonio, quando Fausta mi era sacra come futura cooperatrice nel gran miracolo di creazione per cui l'avevo prescelta. Se non che, ora mi ritornava sacra, diversamente, pel suo dolore, per la sciagura da lei ignorata e che non avrei più a lungo potuto nasconderle; e perciò mi abbandonavo a quest'effusione che mi faceva assaporare i suoi baci, le sue carezze per loro stessi, per quel che avevano di umano, fin di sensuale; per tutto quel che m'era parso di dover trascurare e sdegnare al tempo della mia infatuazione, quando Fausta era desiderata e voluta soltanto come mezzo, come strumento del mio sogno superbo.

Ella mormorava:—Così! Così! Così!—insaziata, insaziabile di sentirsi baciare e ribaciare al cospetto del cielo stellato, nella oscurità notturna, rischiarata appena dal fil di luna che si affacciava incerto dietro una cupola.

—Ah, Fausta!… Se tu sapessi!—replicai, sciogliendomi con uno sforzo di riflessione dalle sue braccia.

—Oh, Dio!… Parla dunque, Dario!

Non ricordo con quali parole le appresi il terribile divieto.

Ricordo soltanto che la vidi balzare indietro, con gli occhi spalancati, con le labbra contorte da un riso sarcastico, quasi io le facessi orrore.

—Mentisci!—gridò.—Ti sei messo d'accordo col dottore!

—No, Fausta!

—Mentisci!—replicò.—Che cosa ti figuri…. Oh!