Allora mi passò pel capo l'idea di vedere se l'allucinazione, così facilmente ottenuta durante il sonnambulismo, poteva egualmente venir riprodotta, o almeno prolungata, nello stato di veglia.

Il Richet (torno a citarlo perchè la testimonianza di un vero scienziato è un preziosissimo aiuto per un dilettante) parla di una certa V... nella quale provocava, appena destatala dal sonno magnetico, allucinazioni o per lo meno illusioni che duravano circa dieci minuti. Le diceva: ecco un cane! ed essa credeva di vedere il cane. «Intanto i suoi occhi erano aperti, la sua intelligenza aveva ripreso le apparenze normali, e nulla indicava che ella risentisse ancora gli effetti del sonnambulismo. Su questo punto, egli aggiunge, come su tant'altri c'è da fare molte esperienze, molti saggi, utili o infruttuosi non importa. Ad ogni passo fatto in avanti, ci si rizzano dinanzi problemi assai più complicati e di più difficile soluzione.» (pag. 203).

Pare che le mie esperienze siano state, senza volerlo, uno di questi passi in avanti.

Un giorno dissi alla Beppina: dorma! ed essa restò, al solito, come fulminata, nell'atteggiamento in cui si trovava. Immediatamente fissai la mia attenzione sulla persona (suo fratello) che intendevo di farle vedere trasformata in un mostro umano dal naso enorme, dalla gobba più enorme; e perchè la mia immaginazione operasse più intensamente, feci attorno il corpo del fratello quei passaggi che avrei dovuto fare sulla testa di lei.

Non le dissi: vedrà suo fratello trasformato in un mostro, ma la svegliai (un soffio alla faccia bastava) colla fermissima volontà ch'ella lo vedesse a quel modo.

Lo guardava, sorpresa, incerta se dovesse credere ai suoi occhi. — Oh Dio, com'è brutto! esclamava, coprendosi il volto colle mani; ma tornava a guardarlo. Quella disgrazia di suo fratello la desolava e, nello stesso tempo, la faceva ridere. — Che naso! Che gobba! — E afferrava colle due mani quel naso che le pareva dovesse urtarla quando suo fratello le si accostava; e dava pugni su quella gobba o la palpava, a distanza, seguendone la curva, come se avesse palpato una gran gobba davvero.

Così io mi accorsi che l'allucinazione, oltrepassato il senso della vista, per una specie di consentimento dei nervi, si era comunicata, senza che io ne avessi avuto l'intenzione, anche al senso del tatto.

Intanto la Beppina cominciava a dubitare: era un'illusione? era una realtà? E venutole il sospetto che potess'essere un'illusione prodotta da me, rimase grandemente turbata e mi pregò di fargliela sparire subito, perchè già sentiva uno sbalordimento, una strana confusione nella testa che le faceva paura.

L'addormentai per svegliarla colla intenzione che non dovesse più rammentarsi di nulla. E non si rammentò di nulla.

Ritentai la prova il giorno dopo, facendole vedere suo fratello trasformato in bionda signora dall'abito di faille nero, dalla mantelletta di velluto e dal cappello di raso dello stesso colore, guarnito di fiori azzurri. Richiesta, la Beppina me la descriveva precisamente, come l'avevo immaginata; e, di soppiatto, domandava alla sua mamma: chi è questa signora? che cosa vuole? Soltanto era un po' sorpresa di vederla andare attorno, in casa altrui, con troppa libertà per una sconosciuta; e, veramente, suo fratello non stava lì fermo, seduto sulla poltrona, come esigeva il personaggio che gli facevo rappresentare.