Questa volta la Beppina era ben desta, e l'apparizione le si riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me ripetutamente provocate.
Dovette ballare, dovette bere del vino, lei che non ne beveva punto! e il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la sbornia presa non la lasciò più reggere in piedi.
Spirito. Butta a terra il bicchiere e vai a letto!
N'era tempo!
Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea tenuti tutti in grande angustia; me più di tutti, che lo avevo così imprudentemente provocato. E fu bene; perchè, dopo un quarto d'ora, la Beppina cominciò a borbottare qualche cosa che non si capiva. Lo Spirito (lasciamelo chiamare tuttavia così) era già di ritorno e le ordinava di levarsi da letto per farle passare l'ubbriacatura. Il mezzo era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio, su e giù per le stanze. Riuscì.
Ora ella non provava più nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio e, andando su e giù, continuava a ragionare con Lui che non cessava di minacciarla: — Oh! l'avrebbe afflitta parecchie sere di seguito, trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbe lasciata affogare! E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una commedia... Insomma, non la avrebbe lasciata più! Mai più! Era sua, sua per sempre!
Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per due ore fitte. E di quella mimica con cui ella eseguì il suo smarrirsi pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo dibattersi fra gli spasimi dell'agonia, quando le parve di esser ferita a morte dagli assassini; di quella mimica non è possibile se ne formi neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.
Il prof. Ugo Amico che, insieme coll'ingegnere Andrea Arena di Messina, la vide quella sera in cui rappresentò tutta l'azione di una tragedia con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna rappresentazione teatrale.
Oramai l'ossessione (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava più intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c'era sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di peggio.
Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente, meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la rapiva in alto e la facea tenere così equilibratamente sulla estrema punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un incarnato di portentosa delicatezza.