Questa volta Egli voleva darle il suo anello, voleva sposarla.

— Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.

— Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.

— No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne sono degna!

E, nel godimento di un'ineffabile felicità, prorompeva in esclamazioni interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e vedesse durante quel mistico rapimento.

Era sua! Proprio sua! E perciò esigeva da lei anche atti che parevano d'adorazione; e perciò le suggeriva parole di preghiera, in un linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver subito trascritte.

E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in sogno, la conduceva via con sè.

Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da morto: un'altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su morbidissimo letto. Talchè, la mattina dopo, ella si levava spossata, precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.

Durante gli accessi più forti, ora nell'uno ora nell'altr'occhio della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate da lui ed eseguite dal Semplicini.

Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera espressione delle labbra, nell'atteggiamento della testa e delle braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un'Ofelia così terribilmente vera da poter reggere il paragone di questa fotografia della Beppina.