Un mistico anche. Oh, le intime relazioni di allora tra la universa Natura e me! Oh, il soave confondersi e quasi sparire della mia misera personalità in quell'infinito fluire e divenire delle cose che mi si rivelava all'intelletto! Oh, le giornate e le nottate trascorse sopra un libro del De Meis (un vero Grande di Spagna — come gli disse due anni fa Silvio Spaventa alla mia presenza, un Grande di Spagna che vuol darsi il gusto d assistere, ancora in vita, ai suoi magnifici funerali). Oh, le giornate e le nottate, che pur mi parevano un boccone, come sogliamo dire noi altri isolani, quando quel libro — Dopo la Laurea — giungeva proprio in tempo per trascinarmi più accosto alla realtà e darmi un equo senso della vita!
E quando vi rileggevo: «nascere e crescere, decadere e perire, è il destino di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le piante, — e diciamolo pure, di tutti i sistemi planetarii. Questo cosmos ha i suoi giorni contati come gli abbiamo noi che ne siamo gli endozoi: solamente ch'egli ha la vita più dura, ed è più lungo il suo tempo e la sua durata naturale: per cui, come la balena e l'elefante vivono più di un uomo, e un pino od una quercia vive più di un elefante, così lui, il cosmos, e per cosmos intendi questo nostro sistema solare, vive più della quercia e del pino, — ecco tutta la differenza; — ma quando il suo giorno fia giunto, esso perirà come uno di noi uomini, come una pianta, come un animale: e non il nostro soltanto, ma tutto questo gruppo di sistemi solari, gli uni formati, forse, e già perfetti, gli altri ancora incompiuti ed in via di formazione, che compongono questo nostro sistema sidereo, se tant'è che formano un sistema; e tutta questa natura che ne circonda, e questo universo di cui l'uomo è il compimento e l'ultima perfezione perirà come un solo uomo; e forse dal seno dell'infinito un altro universo è già sorto, e gli germoglia allato un'altra natura, fors'anche più perfetta di questa, che la dovrà surrogare......»; e quando vi rileggevo questo brano di un'apocalisse scientifica, e poi i miei amici venivano a parlarmi di Spiriti, di mediums veggenti e scriventi, io mi domandavo:
— Ma, e questi spiriti non potrebbero, per avventura, essere le nuove e più perfette creature di quella più perfetta natura? Non può darsi che nascano, crescano, si moltiplichino e muoiano anch'essi, nello spazio, invisibili ai nostri sensi, ma capaci, date certe condizioni, di mettersi in rapporto con noi?
Giacchè, era impossibile, quell'affermata identità degli spiriti colle persone morte non riusciva a convincermi. La dottrina della rincarnazione progressiva mi aveva, più propriamente, l'aria di una concezione religiosa, che d'un concetto scientifico; e dei prodotti dell'immaginazione religiosa non sapevo più che farmene.
Ero, in quell'anno, capitato fra un crocchio di spiritisti di buona fede, veggenti alla Swedenborg, veggenti di bassa lega e mediums più o meno scriventi; una magnifica occasione per tornare ad osservare, a studiare, a sperimentare, ora che non ero più soltanto un curioso, ma un uomo che non si raccapezzava e, cercando una salda convinzione, andava ripetendosi, in tutti i toni, l'antifona: periculosum est credere et non credere del favolista latino.
Ti sei mai tu provato a tenere un lapis fra le dita, poggiando leggermente sopra un foglio di carta la mano, e aspettando che questa, mossa da un'energia di cui non si ha coscienza, tracci prima qualche ghirigoro, qualche lettera, poi delle parole, poi dei periodi, poi delle pagine intiere; o ceda alla dettatura di un impulso interiore, qualcosa fra il cosciente e l'incosciente, quasi uno sdoppiamento dello spirito per cui metà di esso sembri agire con pienissima libertà e l'altra far da semplice spettatrice?
Nel primo caso si diventa mediums scriventi meccanici, nel secondo intuitivi.
Io fui di questi. E scrissi, a lungo, ma sempre dubioso che, infine, tale sdoppiamento dello spirito non fosse identico con quella concitazione d'animo da cui nel caso di un torto evidente o di un danno sofferto, veniamo spinti a rinfacciarci ad alta voce, come rivolti a un'altra persona, atti che non avremmo dovuto fare, risoluzioni che non avremmo dovuto prendere, debolezze di carattere che, pel nostro meglio, non avremmo dovuto mai avere; ma sempre dubioso, anche quando, più tardi, per l'assiduo esercizio, nell'intenso vibrare di tutte le facoltà intellettuali, nel vivo spricciare delle idee dai profondi ricettacoli del cervello, il fenomeno era già diventato molto più agevole e meno cosciente.
Nulla di nuovo, di particolare, di spiccatamente originale nei miei scritti; nulla che non avessi potuto facilmente pensare da me solo e che giustificasse, in qualche modo, il supposto intervento di un'intelligenza superiore. Nè alla credenza di questo poteva poi indurmi la soave concitazione d'animo provata in quel momento, nè il battere più concitato dei polsi, nè il più energico affluire del sangue alla testa: nè, finalmente, l'osservare come, dopo aver scritto a quella maniera, la pelle del centro del capo mi scottasse forte, e una spossatezza insolita in altri più difficili e più prolungati lavori intellettuali, seguisse alla evidente tensione nervosa che la natura del fenomeno richiedeva.
Due volte soltanto, a intervalli, mi parve di aver raggiunto l'incoscienza.