Un giorno che la mia dettatrice interiore si era rivelata sotto il nome di Giovanna Rachi, avendo io insistito perchè mi désse qualche particolare notizia di lei, n'ebbi in risposta:

Son giuoco di Dio,

Son luce, son ombra...

E non ne cavai altro; nè mi riuscì, benchè lo avessi tentato, di continuar la strofa a modo mio.

Un altro giorno, assorto nella lettura di un libro di storia che m'interessava moltissimo, dovetti, tutt'a un tratto, smetter di leggere perchè una voce interiore mi diceva, insistente: Contro il peccato originale ecco un argomento perentorio. In quel libro non c'era proprio nulla che accennasse a tale questione; e il mio convincimento intorno alla origine mitica di quel concetto era così fissato da un pezzo, che non provavo nessun bisogno di rafforzarlo con nuove ragioni. Scrissi, celeramente, senza nessuna cancellatura, una cinquantina di righe; ma quand'ebbi terminato e il sangue mi diè un tuffo, e un rimescolamento da capo a piedi, vertiginoso, mi sconvolse tutto, provai tale e tanta paura, che non ebbi più voglia di ricominciare. Mi era parso di morire!

Per ciò mi rassegnai ad osservare, a studiare i fenomeni altrui che accadevano attorno a me; a provocare, se pur era possibile, esperienze un po' concludenti e fatte con qualche metodo.

Uno di quei giovani, nel mettersi in comunicazione cogli spiriti, cadeva spontaneamente in sonnambulismo; ma un piccolo rumore, ma il semplice movimento prodotto nell'aria da una persona che attraversasse, in punta di piedi, la stanza, era sufficiente a svegliarlo. E non occorreva davvero un grandissimo sforzo di riflessione per constatare la perfetta rassomiglianza di quelle sue spontanee allucinazioni con le provocate delle sonnambule che io conoscevo per pratica.

Coi veggenti alla Swedenborg, viaggiatori istancabili pei mondi siderali, singolarissimi interpreti dei testi biblici, non c'era nessun verso di tentare un ragionevole esperimento. Come praticare un riscontro di quei loro viaggi? Chè delle interpretazioni bibliche non mi curavo.

Questa specie di razionalismo mistico lo avevo studiato altrove con più frutto; appunto allora ne trovavo un esempio degli ultimi due libri delle mirabili Confessioni di S. Agostino, lì dove il gran convertito comincia col domandarsi: «quando nelle sante scritture io studio per leggerci l'intendimento dello scrittore ispirato, che mal vi è, o luce delle schiette menti, se ci scopro un senso che tu mi dimostri esser vero, sebbene non sia quello inteso dallo scrittore quando tal differenza non toglie nulla a questo della sua verità?» (lib. XII, cap. XVIII) e finisce col fantasticare che nei pesci del 28º versetto della Genesi siano adombrati i sagramenti e negli uccelli i banditori dell'evangelo.

Veramente i miei swedemborgisti non arrivavano a tali eccessi. I concetti della scienza moderna infiltrantisi in quel loro misticismo dimostravano o una tal quale impotenza di schietta riflessione filosofica o un lasciarsi andare più volentieri a seconda del sentimento, verso le regioni dei miraggi dove l'intuizione regna sovrana, che non verso le altezze brulle della nudissima nozione.