Giove, vista la mala parata, disse tra sè:
— Chi è più forte, si salvi!
Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque[47], si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì fuori.
Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati, tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.
Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza delle porte del tempio e la campagna fu inondata.
Perirono tutti, e Giove con essi.
Che desolazione!
Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal monotono scorrere delle acque del fiume.
Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi parrebbe sempre una bella cosa, anche se non sapessi che fu scritta currenti calamo, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non è mai stato più capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini, che si è fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute, stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della sua medianità di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio, accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti domestici, gli ha messo nell'animo una quasi superstiziosa avversione perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e novelle. E se n'è disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.
Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di poter aggiungere altri e, certamente, più ammirabili documenti, cioè alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo corrispondente fiorentino.