Per quanto sia vero che la riflessione entri oggi nell'opera di arte in maggior quantità che non pel passato, c'è sempre un punto, nell'atto della produzione, in cui la facoltà artistica agisce con completa incoscienza.
Il mestiere, il tecnicismo giova, fino a un determinato grado, nell'elaborazione della forma; la prepara, la stimola, l'agevola, la mette in moto; ma l'atto, ma il vero punto della creazione si avvolge infine, come in ogni altro fenomeno vitale, nelle misteriose oscurità dell'incoscienza.
Le preparazioni, i processi possono variare all'infinito. Tra il Balzac, per esempio, che ha bisogno di una elaborazione faticosissima e si dibatte e si contorce disperatamente nei suoi lunghi dolori del parto, tra lo Zola che architetta freddamente, matematicamente tutta la serie dei suoi lavori e un certo Salvatore Farina di nostra intima conoscenza che, preso un foglio di carta, scrive le prime righe di una novella o di un romanzo senza saper nulla intorno ai suoi personaggi e alle loro azioni e va incontro ad essi e dietro a questa, flanant, alla ventura, sicuro che le sue creature usciranno, a poco a poco, dalla loro indeterminatezza e si metteranno ad agire e a parlare con piena libertà d'arbitrio nel limpido mondo della sua fantasia, c'è, chi non lo vede? un'enormissima differenza di messa in opera e di processo. Ma nel punto culminante? Il Balzac, lo Zola e quel Salvatore Farina di nostra intima conoscenza riescono tutti e tre ad un identico resultato, riescono a quella che io chiamerò l'allucinazione artistica, alla incosciente incarnazione di un loro concetto, inesorabile analisi psicologica, legge di patologia umana, geniale benignità morale, non fa caso.
Il valore, la vitalità dell'opera di arte dipende dalla maggiore o minor preparazione tecnica che nella concezione di essa interviene. L'arte, come forma e nient'altro che forma, ha un proprio organismo che si va di giorno in giorno sviluppando in tutta la sua rigogliosa crescenza, e non sta nell'arbitrio dell'artista l'accettarne o il rifiutarne la preesistente ricchezza di forma, allo stesso modo che non sta allo scienziato l'accettare o rifiutare il materiale della scienza raccolto fino al punto in cui egli la trova. Eppure la compenetrazione di quella forma col fantasma artistico individuale, qual esso risulta dal complesso delle facoltà dell'artista, rimarrà, forse per sempre, un fenomeno inesplicabile nella sua essenza. Cessa di essere, per questo, un fenomeno normale, ordinario, naturalissimo?
Il valore, la vitalità di un'opera di arte dipende anche dalla maggiore o minor quantità di impressioni immediate che noi vi facciamo intervenire. Queste non sono, come parrebbe a prima vista, intieramente coscienti. La più gran parte, accumulate indirettamente, per la via dei sensi, nei ricettacoli nervei e psichici del nostro organismo, si svegliano, si coordinano, si fondono in uno stupendo insieme sotto il pungolo di un'eccitazione volontaria o che almeno sembra tale.
L'artista procede, in questa circostanza, come i soggetti del sonnambulismo provocato, ed ha la sua particolare allucinazione; la quale differisce dalle sonnamboliche unicamente per gradi, minimi o massimi, d'intensità e non per la intima sua natura.
Per entrare, come sogliamo dire, nella pelle del nostro personaggio noi adoperiamo ora contrazioni muscolari e isolamenti di determinate sensazioni a fine di lasciarne libere alcune altre più confacenti al nostro scopo; ora vere interruzioni o sospensioni della nostra personalità; e il Mosso potrebbe dirci l'equivalente trasformazione in calore di questi diversi movimenti. La perfetta oggettività della ben riuscita opera d'arte non ha altra origine; talchè l'artista non fotografa neppure quand'egli stesso crede di soltanto fotografare. Interpretare, integrare, compire i dati più immediati della realtà con altri più complessi accumulati nel suo organismo dalle sensazioni inavvertite e (oggi bisogna aggiungerlo) con quelli, più remoti e non meno efficaci, condensati in esso dall'eredità; ecco le operazioni concorrenti alla produzione dell'opera di arte, ed ecco la chiave di oro che può, forse, aprircene i meravigliosi segreti.
Due o trecento personaggi della Comèdie Humaine hanno tale e tanta evidenza da farli confondere affatto con quelli della vita reale. L'allucinazione dell'artista si è lì così prodigiosamente condensata e solidificata nella forma, che l'impressione della lettura non solo eguaglia l'impressione diretta ma talvolta la vince, perchè nell'opera di arte c'è come un concentramento di raggi in cui l'eccitata immaginazione dell'artista fa l'ufficio di lente.
L'allucinazione spiritica, nel produrre le communicazioni, passa gradatamente, come l'artistica, dalla quasi coscienza alla incoscienza. Infatti il giovane Albertini, dopo le prime prove, dubitava al par di me che le cose da lui scritte non fossero il resultato di un lavoro della sua mente, della sua ispirazione, come solevano dire gli antichi. E se mi si obbiettasse che questa mezza coscienza iniziale non viene avvertita egualmente da tutti i mediums scriventi, potrei rispondere che neppure tutti gli artisti sperimentano allo stesso grado quel nisus nervoso e psichico di cui poi anzi ho parlato. In grazia di una felice disposizione dell'organismo, l'eccitamento può occorrere in proporzioni minori.
L'allucinazione artistica, per la intensità e per la durata, differisce notevolmente da quella delle sonnambule e dei mediums.