.... La Ignota mi parlava con tenerezza sempre crescente. La sua gratitudine era già diventata amore bell'e buono e non me lo nascondeva. Però quel mio terrore di lei la rendeva molto triste: Ah! il mondo di là non era poi così distaccato da questo dov'ella aveva tanto sofferto e pianto, amante non riamata! Perchè dunque la facevo soffrire di nuovo con quel mio puerile terrore? Perchè non la riamavo un pochino?... Le rispondevo di sì; ma ella mi leggeva nell'animo la mia forte repugnanza per l'affetto di una morta, di uno spirito! E intanto l'apparizione si condensava maggiormente. Sentivo la sua mano posarsi sulla mia colla leggerezza di una piuma di cigno: sentivo le sue labbra sfiorare tiepide le mie, con una sensazione ineffabile di dolcissimo ribrezzo...

— Un bel soggetto di novella fantastica! Sì... Ma la chiusa? La catastrofe?

E mi addormentavo nel cercarla.

E così ogni notte, da capo, vivevo per qualche mezz'ora in uno stato strano, nè di completa realtà nè di allucinazione completa; talchè, a volte, non sapevo più distinguere se fosse l'idea della mia novella che mi producesse quella piccola allucinazione, o se quell'idea fosse la semplice sensazione di un fatto a cui io assistevo, spettatore ed attore nel punto stesso.

— Ma la chiusa? la chiusa?

.... Cominciavo ad assuefarmi. Quella relazione con un essere oltremondano aveva un tal fascino che io non sapevo più resisterle. Però ella mi appariva, di volta in volta, più mesta, d'una mestizia di profonda rassegnazione: Neppur dopo morta doveva essere amata! — Ora potevo proprio stringerla fra le mie braccia. Non l'avrei distinta da un corpo di donna vivente senza la sua estrema leggerezza; ma i suoi baci li provavo caldi sulle labbra, e la sua voce non mi arrivava più all'orecchio così fioca come se giungesse da immensa distanza. — Perchè sei così trista? — Non mi ami!... Non puoi amarmi! — Oh, no t'inganni! Io t'amo!... T'amo!.. — Me lo dici per pietà!... Grazie! Addio, addio! Non ci vedremo più! — E, lentamente, mi svaniva tra le braccia, sorda alle mie preghiere, ora che l'amavo davvero, ora che avevo le lagrime agli occhi e sentivo lacerarmi il cuore da quell'addio!...

— Oh!... La chiusa era trovata!

Lo crederai? Questa novella non mi è riuscito di scriverla nè allora nè dopo. Tutte le volte che l'ho tentato, la forma non mi è mai parsa così leggiera, così trasparente, vorrei dire così impalpabile come la richiederebbe il soggetto.

I miei amici, Giorgio Arcoleo — in quel tempo non ancora professore di diritto costituzionale ma già facondissimo parlatore — Ruggiero Mascari — uno studente di medicina e chirurgia smarrito pei fiorenti giardini della letteratura — Francesco Giunta — un amabile scettico che, dopo aver studiato avvocatura, fa per poltroneria il professore di belle lettere molto meglio di tant'altri che vi si addicono di proposito — tutti e tre forse ricorderanno quella bella giornata autunnale passata insieme sul Vomero, all'ombra del gran pergolato, quando nel raccontare ad essi lo strano processo di formazione della mia non sapevo se novella, o allucinazione, o realtà spiritica, mi tremava, un po' dalla commozione, la voce; e volevo spiegato da loro perchè quel fantasma di donna scappasse via appena accennavo di volerlo imprigionar nella forma e renderlo visibile agli occhi altrui[74].

— Ma scrivi la tua novella proprio come l'hai raccontata! mi diceva parecchi anni dopo Enrico Nencioni ch'era stato ad ascoltarmi con grande interesse.