Inutile! Quella novella vissuta è rimasta sempre ribelle a qualunque forma letteraria, cioè superiore; e dimostra che non sempre giova l'esser pieno d'un soggetto perchè la mano risponda, come Michelangelo direbbe.
Il caso, se non m'inganno, è caratteristico molto. Le due allucinazioni, quella che ho chiamata artistica e la sonnambolica o spiritica, vi s'intrecciano ed innestano l'una nell'altra da render difficile il distinguere in qual punto la loro fusione si compia: del come non parlo.
Intanto, mentre il ricordo, l'impressione, la forma ideale della novella mi rimane tuttavia vivissima in mente, l'effetto dell'opera d'arte che provocolla oramai non è più lo stesso. Ho riveduto, dopo quasi otto anni, quel ritratto d'ignota: la magìa di esso è sparita. Forse perchè situato in un'altra stanza, con altra luce, in un posto così basso da poter essere osservato da vicino? Forse perchè lo stato dell'animo mio era, dopo otto anni, da cima a fondo mutato?
E vi ero andato a posta, una di quelle cento volte che la tentazione di scrivere la mia novella si faceva sentire più forte, e più forte, egualmente, l'impotenza di andar oltre le solite due o tre paginette di scritto! E vi ero andato, chi sa? per giovarmi della probabile spinta d'una sensazione immediata!... Ahimè, il pennello del Van-Dick non rinnovava il miracolo del 1875!
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Avviene non di rado che l'opera d'arte sgorghi fuor dell'immaginazione così intimamente compenetrata colla forma, così completamente forma, senza preparazioni od elaborazioni di sorta, che la quasi incoscienza del lavoro diventa una piacevolissima sorpresa.
Un'incoscienza sui generis. Non c'è propriamente un vero sviluppo, una vera coordinazione, assimilazione, organizzazione di elementi personali, recenti, remoti, ereditarii; ma bensì una specie di fioritura della immaginazione nella temperatura primaverile dello spirito, sotto una luce raggiante non si sa da dove. L'analogia delle produzioni che ne risultano colle communicazioni spiritiche è spiccatissima.
Per contentare un caro bambino avevo trascritto nel novembre del 1881 una fiaba popolare, La Reginotta. E dicevo al bambino: mi ero incaponito a volerti regalare una fiaba proprio nuova di zecca, e non ci riuscivo. C'è voluto un anno per persuadermi che le fiabe, pari ai poemi e alle tragedie, non è possibile rifarle. — Com'è che, parecchi mesi dopo, prendevo una mattina la penna e scrivevo, di foga, un'altra fiaba tutta di mia invenzione, Spera di sole, alla quale non avevo pensato neppur un momento?
C'era una volta.... E la fiaba era venuta fuori quasi sotto dettatura; e con tal mio diletto e sorpresa che il giorno dopo, per prova, ripreso quel quaderno, volli persuadermi se un fenomeno letterario così insolito per me, fosse tornato a ripetersi.
Tu sai che io amo rimugginare lungamente un'opera d'arte, per averla nettissima nel cervello in ogni sua parte; in guisa che, scrivendone la prima parola, possa sapere precisamente quale dovrà esserne l'ultima. Ho sempre invidiato quei fortunati capaci di scrivere indifferentemente il quinto, l'ottavo, il decimo capitolo di un romanzo, il terzo, il quarto atto di una commedia o di un dramma, senza aver messo sulla carta una sola parola del primo capitolo o del primo atto, spesso senza neppur sapere quel che dovrebbero mettervi. La profonda convinzione che un'opera d'arte sia un organismo, non solamente m'impedisce di fare questi maravigliosi tours de force, ma mi arresta per giorni, per settimane, per mesi, dinnanzi a una parola, a un periodo non confacente a quell'insieme, ripugnante a quell'organismo. Mi è impossibile di spiccare un salto a piè pari, di lasciare una parola in bianco o un periodo provvisorio da servire intanto da addentellato. Inciampi, miserie del mestiere sconosciuti a parecchi; talvolta per ignoranza del valore di una transizione, di uno scorcio, tal'altra per una speciale agilità della mente che trova subito la correzione, la frase da sostituire, o gira la posizione con felice prontezza di tattica.