Perciò io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come ad uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso:
C'era una volta..... i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, s'impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla.
Spesso mi andavo domandando, con curiosità bambinesca, in che modo il Reuccio o la Reginotta se la sarebbero cavata; e quando la quasi disperata avventura si snodava felicemente e il Reuccio trionfava, e la Reginotta otteneva il suo intento, ridevo di cuore e battevo le mani: brava la Reginotta, bravo il Reuccio!
Vissi più settimane soltanto con essi (coi personaggi delle mie fiabe) ingenuamente, come non credevo potesse mai accadere a chi è già convinto che la realtà sia il vero regno dell'arte. Se un importuno fosse allora venuto a parlarmi di cose serie e gravi, gli avrei risposto, senza dubbio, che avevo ben altre e più serie faccende pel capo; avevo Serpentina in pericolo, o la Reginotta che mi moriva di languore per Ranocchino, o il Re che faceva la terza prova di star sette anni alla pioggia e al sole per guadagnarsi la mano di un'adorata fanciulla.
E scrivendo così nella prefazione del mio libro non adoperavo un artificio rettorico ma dicevo la schietta verità.
Capisco bene, Amico mio, che non c'è da gridare al miracolo. Una discreta cognizione della forma artistica delle fiabe; un mediocre possesso di tutto il loro materiale spicciolo, d'altronde ristrettissimo, re, reginotte, reucci, fate, maghi, nani, lupi mannari; la speciale condizione di quel loro mondo così estraneo ad ogni legge di verosimiglianza e di logica comune; tutto contribuiva ad agevolare il mio còmpito artistico, quantunque veramente nulla sia più difficile del facile e nulla più complicato, nella esecuzione, dell'apparente semplicità in letteratura.
Ma il fatto della quasi inconscienza, ma la spontaneità del fenomeno non perde il suo valore per questo.
Il caso seguente è più complesso. La sensazione vi si trasforma lentamente in allucinazione letteraria, e nel passaggio si assimila altre consimili impressioni della realtà per poi produrre un effetto inatteso.
Si tratta d'un tale che allora stava per pubblicare un giovanile volume di novelle, dove la teorica della cristallizzazione formolata dallo Stendhal riceveva, senza che l'autore l'avesse fatto a posta, una calda riprova. Come nelle miniere di Salisburgo, il ramoscello sfrondato della realtà vi si rivestiva d'une infinité de petits cristaux mobiles et ebluissants; e l'autore, imitando i minatori di Hallein che ne manquent pas, quand il fait un beau soleil et que l'air est perfaictement sec, d'offrir de ses rameaux de diamants aux voyageurs, presentava il suo ramoscello ai lettori, invitandoli a discendere con lui nelle profonde miniere della passione amorosa.
Però, la cristallizzazione dell'ultima branca del suo ramoscello non parendogli ben riuscita, egli cercava di porvi riparo. E il caso lo servì, con uno di quegli incontri che producono il famoso coup de foudre. Il faudrait changer ce mot ridicule, dice lo Stendhal; cependant la chose existe.